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03/07/11

Direttissimo

Direttissimo
Dino Buzzati, 1958

«Quel treno, prendi?»
«Quello».
La locomotiva era terribile sotto la tettoia fumosa, sembrava un toro inferocito che scalpitasse per la smania di partire.
«Con questo treno viaggi?» mi chiedevano. Incuteva infatti paura, tanto frenetica era la tensione del vapore acqueo che filtrava dalle fessure sibilando.
«Con questo» io risposi.
«E per dove?». Io dissi il nome. Non l’avevo pronunciato mai, neppure parlando con gli amici, per una specie di pudore. Il grande nome, il massimo, la destinazione favolosa. Di scriverlo qui non ho il coraggio.
Allora mi guardarono chi in un modo chi in un altro: con ira per la mia improntitudine, con scherno per la mia pazzia, con pietà per le mie illusioni. Qualcuno rise. D’un balzo fui nella vettura. Spalancai un finestrino, cercai nella folla volti amici. Non un cane.
E dài allora, o treno, non perdiamo un minuto, corri galoppa. Signor macchinista, per piacere, non essere avaro di carbone, da’ fiato al leviatano. Si udirono dei soffi emessi con precipitazione, i vagoni ebbero un fremito, i pilastri della pensilina si mossero, dapprima lentamente, ad uno ad uno mi sfilarono dinanzi. Poi case case stabilimenti gasometri tettoie case case ciminiere androni case case alberi orticelli case tran-tran tran-tran i prati la campagna le nuvole viaggianti nell’aperto cielo! Dai, macchinista, con l’intera potenza del vapore.
Dio, come si correva. A questa andatura ci voleva poco io pensavo, a raggiungere la stazione 1 e poi la 2, la 3, la 4 e poi la 5 che era l’ultima, e sarebbe stata la vittoria. Attraverso i vetri io compiaciuto guardavo i fili elettrici che si abbassavano, finché facevano uno scarto, tac, risalendo alla primitiva posizione, questo a causa del palo successivo: e il ritmo accelerava sempre più. Ma dinanzi a me, sul divano di velluto rosso, sedevano due signori con la faccia di coloro che se ne intendono di treni, i quali consultavano continuamente l’orologio e scuotevano il capo brontolando. Allora io, che sono un tipo un po’ apprensivo, presi il coraggio a due mani e domandai: «Se non sono indiscreto, signori, perché scuotete così il capo?».
«Scuotiamo il capo» mi rispose il più anziano dei due «perché questo maledetto treno non marcia come sarebbe il suo dovere. Di questo passo arriveremo con un ritardo spaventoso».
Io non dissi niente ma pensavo: «Mai contenti, gli uomini; questo treno è addirittura entusiasmante per vigore e buona volontà, sembra una tigre, questo treno corre come probabilmente nessun treno è mai riuscito a correre, eppure eccoli qua, gli eterni viaggiatori che si lagnano». Intanto le campagne, da una parte e dall’altra, fuggivano con meraviglioso slancio e la lontananza alle nostre spalle ingigantiva.
Difatti la stazione numero 1 si presentò prima che me lo aspettassi. Controllai l’orologio. Eravamo in perfetto orario. Qui, secondo il programma, io dovevo incontrare l’ingegnere Moffin per un affare importantissimo. Scesi di corsa, mi affrettai, come previsto, al ristorante della prima classe; dove infatti c’era il Moffin che aveva appena finito di mangiare.

Lo salutai, mi sedettì, ma lui non accennava minimamente al nostro affare, parlava del tempo e di altre cose indifferenti come se avesse dinanzi a sé un immenso spazio disponibile. Ci vollero buoni dieci minuti (e ne mancavano appena 7 alla partenza) perché si decidesse a tirar fuori dalla busta di pelle gli incartamenti necessari. Ma si accorse che io guardavo l’orologio «Ha fretta, per caso, giovanotto?», mi chiese non senza ironia. «A me, per essere sincero, non piace trattar gli affari con l’acqua alla gola…»
«Giustissimo, ingegnere illustre», osai, «ma il mio treno fra poco riparte e… »
«Quando è così», fece lui raccogliendo i fogli con un energico gesto delle mani, «quando è così, sono dolente, dolentissimo, ma… ne riparleremo, se mai, quando lei, caro signore, sarà un poco più comodo». E si alzò.
«Mi scusi», balbettai, «la colpa però non è mia. Sa, il treno».
«Non importa, non importa», disse, sorridendo con superiorità. Feci appena in tempo a raggiungere il mio treno che si rimetteva lentamente in moto. «E pazienza» io pensavo «sarà per un’altra volta, quello che conta è di non perdere la corsa».
Volammo attraverso le campagne e i fili telegrafici danzavano su e giù con quei loro soprassalti da epilettico, si vedevano praterie sconfinate e sempre meno case, sempre meno, perché ci inoltravamo nelle terre del nord, le quali si aprono a ventaglio verso la solitudine e il mistero.
I due signori di prima non c’erano più. Nel mio scompartimento sedeva un pastore protestante dall’aspetto mite, che tossiva. E prati e boschi e acquitrini, mentre dietro di noi la lontananza si gonfiava con la potenza di un rimorso.
A un tratto, non sapendo cosa fare, guardai l’orologio e subito anche il pastore protestante, fra un colpo di tosse e l’altro, fece lo stesso; e scosse il capo. Ma questa volta non domandai il perché: purtroppo il perché io lo sapevo. Erano le 16.35 e già da un quarto d’ora saremmo dovuti essere arrivati alla stazione 2, la quale neppure si intravedeva all’orizzonte.


Alla stazione 2 doveva aspettarmi la Rosanna. Quando il treno arrivò, sulla banchina c’era molta gente. Ma Rosanna non c’era. Avevamo un ritardo di mezz’ora. Saltai a terra, attraversai la stazione, affacciandomi al piazzale. E allora in fondo al viale, lontanissima, avvistai la Rosanna che se ne andava un poco curva.
«Rosanna, Rosanna!» chiamai a tutta voce. Ma il mio amore era oramai distante. Non si voltò neanche una volta, e io vorrei sapere: umanamente parlando, potevo io correrle dietro, potevo abbandonare il treno e tutto quanto? Rosanna scomparve in fondo al viale, con una rinuncia in più io risalii sul direttissimo e via, attraverso le pianure boreali, verso ciò che gli uomini chiamano il destino. Che importava l’amore, dopo tutto?
Camminammo ancora giorni e giorni, i fili elettrici di fianco alle rotaie facevano la loro danza nevrastenica. Ma perché il rombo delle ruote non aveva più il bell’impeto di prima? Perché all’orizzonte gli alberi si attardavano svogliati invece di scattare via come lepri colte di sorpresa?

Alla stazione numero 3 ci sarà stata appena una ventina di persone. Non vidi il Comitato che doveva venire a festeggiarmi. Sulla banchina chiesi informazioni. «Non è venuto per caso un Comitato così e così» domandai «uomini e donne con la banda e le bandiere?»
«Sì, sì, è venuto. Ha aspettato un bel pezzo, anche. Poi ne ha avuto abbastanza e se ne è andato».
«Quando?»
«Saranno tre quattro mesi fa» mi fu risposto. In quel mentre si udì un lungo fischio perché il treno ripartiva. Coraggio, allora, in marcia. Il direttissimo arrancava con tutte le forze disponibili, certo non era più la travolgente galoppata di una volta. Il carbone difettoso? L’aria diversa? Il freddo? Il macchinista stanco? E la lontananza dietro di noi era una specie di abisso che a guardarlo veniva la vertigine.
Alla stazione numero 4, lo sapevo, doveva esserci la mamma. Ma quando il treno si fermò le banchine erano vuote. E nevicava.


Mi sporsi a lungo dal finestrino, guardai intorno e stavo per richiudere deluso, quando riuscii a vederla: nella sala d’aspetto, rincantucciata su una panca, tutta avvolta in uno scialle, che dormiva. Misericordia, come era diventata piccola. Saltai dal treno e corsi ad abbracciarla. Stringendola, mi accorsi che non pesava quasi più: un mucchietto fragile di ossa. E la sentivo tremare per il freddo.
«Dimmi, è un pezzo che mi aspetti?»
«No, no, figlio mio» e rideva felice «non sono neanche quattro anni». Così dicendo non guardava me, bensì fissava il pavimento intorno, quasi cercasse qualche cosa.
«Mamma, cosa cerchi?»
«Niente… Ma le tue valige? Le hai lasciate sulla banchina, fuori?»
«Sono sul treno», dissi.
«Sul treno?» e un ombra di desolazione le calò come un velo sulla fronte. «Non le hai ancora scaricate?» «Ma io…» non sapevo proprio come dirglielo.
«Vorresti dire che riparti subito? Che non ti fermi neanche un giorno?»
Tacque, sgomenta, e mi guardava.
Io sospirai. «E va bene! Lascerò che il treno se ne vada. Adesso corro a prender le valigie. Ho deciso. Rimango qui con te. Dopo tutto, mi hai aspettato quattro anni».
Di nuovo, a queste mie parole, la faccia della mamma si cambiò. Tornarono l’allegrezza ed il sorriso (il quale però non emanava più luce come prima).
«No, no, non andare a prendere i bagagli, mi sono espressa male» supplicò. «Io scherzavo, sai. Io ti capisco. Non puoi fermarti in questo povero paese. Per me non val la pena. Per me non devi perdere neanche un’ora è molto meglio che tu riparta subito. Assolutamente. E’ il tuo dovere… Desideravo una sola cosa: rivederti. Ti ho rivisto, adesso son contenta…»
Chiamai: «Facchino, facchino!». Un facchino spuntò immediatamente. «Ci sono da scaricare tre valigie!».
«Macché valigie» ripeté la mamma «Un’occasione come questa non tornerà mai più. Tu sei giovane, hai da fare la tua strada. Presto, sali in vettura. Va’, va’» e sorridendo, con fatica immensa, mi spingeva debolmente verso il treno. «Per carità, fa’ presto, stanno chiudendo gli sportelli». Non so come, con tutto il mio egoismo, mi ritrovai nello scompartimento e mi sporgevo dal finestrino aperto, gesticolando per gli ultimi saluti.
Fuggendo il treno, lei ben presto divenne ancora più piccola di quello che effettivamente era, una figurina afflitta e immobile sul deserto marciapiedi, sotto la neve che cadeva. Poi divenne un punto nero senza volto, una minuscola formica nella vastità dell’universo; e subito svanì nel nulla. Addio.


Con un ritardo di anni e anni accumulati, siamo così di nuovo in viaggio. Ma per dove? Cala la sera, i vagoni sono gelidi, non c’è rimasto quasi più nessuno. Qua e là, negli angoli degli scompartimenti bui, siedono degli sconosciuti dalle facce pallide e dure, che hanno freddo e non lo dicono. Per dove? Quanto è lontana l’ultima stazione? Ci arriveremo mai? Valeva la pena di fuggire, con tanta furia, dai luoghi e dalle persone amate? Dove, dove ho messo le sigarette? Ah, qui nella tasca della giacca. Certo, tornare indietro non si può. Forza, dunque, signor macchinista. Che faccia hai, come ti chiami? Non ti conosco, né ti ho mai visto. Guai se tu non mi aiuti. Sta’ saldo, bel macchinista, butta nel fuoco l’ultimo carbone, falla volare questa vecchia baracca cigolante, ti prego, lanciala a rotta di collo, che assomigli almeno un poco alla locomotiva di una volta, ti ricordi? Via nella notte, a precipizio. Ma in nome di Dio non mollare, non lasciarti prendere dal sonno. Domani forse arriveremo.


Se dopo una lettura come questa non sborsate i 6,50 Euri su Amazon per i Sessanta Racconti di Dino Buzzati, sappiate che ci rimettete voi. 

20/06/11

Un amore

"E intorno, sotto la pioggia, ancora immobile, la grande citta' che fra poco si svegliera' cominciando ad ansimare a lottare a contorcersi a galoppare su e giu' paurosamente, per fare, disfare, vendere, guadagnare, impossessarsi, dominare, per una infinita' di voglie e accanimenti misteriosi, di cose meschine e grandi, lavoro, sacrifici e afflizioni infiniti, e impeti, e volonta' che rompono, muscoli e scatti mentali, possessione e dominio, avanti avanti!"
E' una Milano in piena espansione quella protagonista di Un amore di Dino Buzzati, una Milano che deve ancora diventare potabile, ma il cui ritmo che va accelerandosi l'autore sembra mal digerire.

Io ho un amore sconfinato per i testi di quest'uomo. La sua capacita' di evocare sensazioni nitide, struggenti, con un uso dell'italiano cosi' preciso da farmi fermare a volte per gustarmi le parole nella mia testa, ammirato (il protagonista che sente dalla strada "echi di alterchi". Echi di alterchi, porco cane: ma lo sentito quanto e' bello, e quanto e' preciso? Non ode gli alterchi, ma gli echi di alterchi...)

Ragazza con la minigonna, Buzzati, 1968
In Un amore, del 1960, Buzzati parla dell'ossesione di un grigio architetto quarantanovenne milanese di successo per una puttanella di 19 anni, non particolarmente bella, non particolarmente aggraziata, ma che attraverso continue e ovvie (per tutti, ma non per lui) menzogne lo irretisce. Dorigo, (sicuramente non casuale l'assonanza con Drogo del Deserto dei Tartari) il protagonista della storia, sa di essere solo "il borghese agiato che pagava", e di non avere alcun vero ruolo nella vita di Laide (un nome che evoca la laidita' dell'animo della protagonista). Ma non puo' farne a meno.

Gia' nel 1949 Buzzati aveva trattato di amori non corrisposti in Inviti superflui, un piccolo capolavoro che non mi stanco mai di leggere (il racconto e' leggibile integralmente qui). Ma in Un amore il registro e' diverso: c'e' la consapevolezza di avere a che fare con una puttanella. Il centro dell'attenzione non e' sull'amore, ma sulla disperazione di un quasi cinquentenne, e sulla sua consapevolezza di aver perso la testa per una "maschietta" (termine usato nel libro) e di essere lo zimbello di tutta Milano.

"Ora si accorge che, per quanto egli cerchi di ribellarsi, il pensiero di lei lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata, ogni cosa persona situazione lettura ricordo lo riconduce fulmineamente a lei attraverso tortuosi e maligni riferimenti. Una specie di arsura interna in corrispondenza della bocca dello stomaco, su su verso lo sterno, una tensione immobile e dolorosa di tutto l’essere, come quando da un momento all’altro può accadere una cosa spaventosa e si resta inarcati allo spasimo, l’angoscia, l’ansia, l’umiliazione, il disperato bisogno, la debolezza, il desiderio, la malattia mescolati tutti insieme a formare un blocco, un patimento totale e compatto".

Il libro fece scalpore quando apparve, perche' molto grafico nel raccontare l'ossessione di un uomo adulto per questa ragazzina dal corpo non ancora formato (infiniti i riferimenti alle sue "tettine"), e perche' decanta l'amore per la prostituzione e denuncia l'ipocrisia borghese che spinge a negare i piaceri della carne. Il fatto che il libro fosse autobiografico non aiuto' (tre anni dopo la pubblicazione del libro Buzzati sposo'una donna di 35 anni piu' giovane, Almerina Antoniazzi, e la storia del libro riflette aspetti di questa storia d'amore). 

"Tutti gli sforzi tutti i segreti pensieri si concentrano su quella cosa sola ma e' una cosa tabu' e nessuno ne osa parlare e cosi' quando uno fa un regalo a un amico anche se generoso gli regala magari un oggetto d'arte un'automobile uno "yacht" ma non gli offre mai l'occasione di possere una bellissima puttana no la cosa che sarebbe piu' gradita da tutti non si offre mai e anche i miliardari che invitano gli amici nei loro palazzi e nelle loro ville gli offrono cibi squisiti liquori e champagne in quantita' spendono centinaia di migliaia di lire per rallegrarli ma mica che si sognino di fargli arravare in camera una bella pupetta pronta ai comandi eppure quello e' il massimo desiderio di tutto soprattutto verso sera tutti pensano a quello ma nessuno lo dever sapere si nasce e si cresce e si invecchia e si muore come se l'amore fisico fosse si' una cosa piacevole ma non tanto importante anzi, e invece e' la piu' importantissima di tutto...".
(La punteggiatura e' quella originale).

Verrebbe da fare della facile ironia e chiedersi se per caso Un amore non sia il libro preferito del nostro Presidente del consiglio, ma sarebbe dell'ironia stolta.

Baubau, Buzzati
Alcuni critici e molti lettori ritennero che il libro si staccasse troppo dalle tematiche che Buzzati aveva trattato ne il Deserto dei Tartari e nei suoi numerosi racconti. In realta' e' una critica sbagliata, e forse fu usata in modo strumentale solo per respingere un testo "sconcio". Le tematiche care a Buzzati ci sono tutte, infatti: l'attesa snervante per un cambiamento che non arriva; l'incapacita' a comunicare; la consapevolezza della propria solitudine. Con alcune differenze: quando Buzzati scrive il Deserto dei Tartari ha 33 anni, e ancora la vita di fronte a se'. La percezione del tempo che passa e' presente, ma non ha ancora fatto strage della vita dell'autore. In Un Amore, Dorigo (Drogo?) sa che la fine e' vicina, sa di essere fuori tempo massimo, e si arrende. E poi qui c'e' Milano.

"..l'enigmatico cuore della sua citta' che nessuno di solito vede, fra squallidi e fortissimi scenari, attraverso gli scrostati fumigosi cortili stillanti di pioggia, fra i riverberi del lusso, negli antri degli antichi palazzi, giu' per gli interminabili corridoi di linoleum, negli angoli delle catacombe del vizio, fra cigolii di pneumatici, frastorno di tornii, urla, pianti e risate, andirivieni di uomini instanscabili e stanchi, affrettati baci, ombre di avventurieri controluce, camici verdi di chirurghi, agguati telefonici, un folle rimescolio di desideri, sforzi e illusioni che brucia confuso nella folla la quale arriva riparte si mescola inzalca si rompe e sparisce mentre un'altra identica folla si avventa e sprofonda nel gorgo". 

Anche quando Buzzati descrive il senso delle occasioni perdute, dell'impossibilita' di tornare indietro e recupare il tempo che passa, e' la citta' a fornire le immagini: "come uno che passa dinanzi a una meravigliosa vetrina senza badarci e solo quando e' gia' lontano capisce quante belle cose c'erano e torna indietro di corsa ma quando arriva spengono le luci e tirano giu' le saracinesche".

Laide, la "maschietta" amata da Dorigo e' proprio come Milano: sfacciata, impudente, bruttina, ma bellissima per chi sa guardarla. Buzzati lo dice espressamente: "in lei, Laide, viveva meravigliosamente la citta', dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all'ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frentica desolazione, una specie di fiore".

Io ve lo dico: Un Amore e' un libro che colpisce, come solo la vostra citta' sa fare, quando si lascia davvero vedere.

Duomo di Milano, Buzzati, 1952

12/10/09

Inviti superflui

L'altro giorno con alcuni conoscenti si ragionava: se fossimo scrittori, quale sarebbe il libro che avremmo voluto scrivere? Io ci ho pensato. Non sono arrivato ad una conclusione per il libro (sono indeciso), ma di sicuro posso dire quale racconto avrei voluto scrivere. Questo qui sotto.


Inviti superflui (1949)
Dino Buzzati


Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti assieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo per le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spianavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, ne' battesti mai alla porta del castello deserto, ne' camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, ne' ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremmo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade nascono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ora vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremmo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiche' le anime si parlano senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - non mi dicesti cose insensate, stupide e care. Ne' puoi quindi amare quelle domeniche che io dico, ne' l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, ne' riconosci all'ora giusta l'incantesimo della città, ne' le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro.

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telefono quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perche' noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come fossero nate allora.

Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perche' purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colma di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando sopra di sè una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, ne' dei presentimenti che passano, ne' ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Ne' udresti quella specie di musica, ne' capiresti perche' la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade sugli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, ne' guarderò le nubi, ne' darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu - adesso che ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare, tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco perche' ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

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