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31/10/11

E' meglio al vento

It's better in the wind e' un libro fotografico, e adesso un film, di Scott G. Toepfer, fotografo californiano. Al centro di tutto, le moto, o meglio, le sensazioni che il viaggio in moto sa dare. Se avete dieci minuti guardatelo, cosi' capite perche' anche i cani ridono quando possono mettere il muso fuori dal finestrino della macchina.

Buona visione.


It's Better In The Wind - Short Film from Scott Toepfer on Vimeo.

Via Pipeburn.

Il grande cocomero da mettere nel culo al traduttore italiano

Ogni anno Linus cerca di capire quale sia il campo di zucche che The Great Pumpkin, la grande zucca, scegliera' per apparire. Cosi' facendo, non partecipa mai al rituale dolcetto e scherzetto, come invece fanno tutti gli altri personaggi dei Peanuts. Linus e' una sorta di piccolo Giovanni Drogo insomma.

Io pero' vorrei conoscere il traduttore italiano che decise di tradurre Pumpkin in Cocomero, lasciando, beninteso, i disegni con le zucche. Cosi' in italiano abbiamo il Grande Cocomero (watermelon). Si', mi piacerebbe conoscerlo, e magari, proprio per Halloween, infilargli un Grande Cocomero su per il culo. O magari una zucca, a scelta sua.

Secondo i traduttori italiani questi sono cocomeri. 


09/10/11

Pioggia di foglie

Arriva agognato ogni anno, come sempre, da quando sono bambino: ottobre. Segna l'inizio del periodo piu' bello dell'anno, che da quando siamo negli USA e' ancora piu' bello: un carosello di feste che con Columbus Day (oggi), Halloween, Thanksgiving ti porta in crescendo fino al Natale. Un sabato del villaggio ininterrotto, colorato di giallo e di rosso.

Sono andato a fare un piccolo giro di un paio di giorni in Wisconsin. Cercavo i colori d'autunno. Che dite: li ho trovati?















































29/09/11

Il punto di non ritorno

Non so se sia la lontananza o la vecchiaia. Magari e' un melange di entrambe. Il fatto e' che se quando vivevo a Bruxelles riuscivo ancora ad interessarmi alla politica e alla societa' italiane, leggendo giornali e blog, da quando sono in America e' subentrato non tanto un rifiuto, quanto un completo disiniteresse.

Non credo c'entri il fuso orario, dal momento che i giornali e i blog li si possono leggere anche di notte. E' che quando leggo, ad esempio, un blog di cucina italiano - uno tra i piu' famosi di cui non daro' il link - e vedo che si sa solo dire, in soldoni, che la cucina italiana e' la migliore del mondo, e le altre be', si possono anche non provare, mi cascano le braccia. I commenti, poi, quelli non li commento neppure. Mentecatti arroganti della peggior specie, capaci solo di denigrare quello che non conoscono e che si rifiutano anche solo di provare perche' appunto, in ogni caso e' tautologico, la cucina italiana e' la migliore del mondo

Poi pero' leggo anche i blog letterari italiani: e li' giu' botte da orbi tra chi si definisce fantasy, chi noir, chi legge solo saggi ma si sente comunque in diritto di dire che tutto quello che non e' saggistica fa schifo (senza averlo letto). Chi dice che King tradotto in italiano dal nuovo traduttore, Wu Ming, e' una merda e non e' fedele al vero King, pero' non sa parlare una parola d'inglese e il King l'ha sempre letto in traduzione, e quindi non puo' assolutamente sapere quale sia il vero King.

Poi leggo i giornali: e a parte la storia della puttane, sono davvero pochi i giornali che mi pare valga la pena leggere: il Post e poco altro.

E la cosa che mi spiace e' che non mi sento neanche piu' in colpa come mi sentivo qualche mese fa, quando mi dicevo che avrei dovuto insistere e continuare ad informarmi. E' come se si fosse staccato qualcosa nella mia testa. Come se dopo 14 anni all'estero l'Italia, con le sue continue lotte intestine, il suo continuo provincialismo condito pero' dalla certezza di essere (ancora) il centro del mondo, mi si riveli solo come un paese lontano nel quale e' bellissimo andare in vacanza, ma poco altro, come dice bene il buon Pizzaiolo nel suo blog in inglese, desperate but not serious.

E ovviamente il passaporto del bimbo continua a non arrivare.

21/09/11

Le donne vanno pazze per le moto (?)

In una commedia uscita qualche mese fa c'e' una scena molto divertente (forse l'unica dell'intero film). I due protagonisti, due individui sposati, tristarelli, sulla quarantina, stanno provando in tutti i modi a rimorchiare, con scarso successo. Alla fine uno ha un colpo di genio, e si presenta in un bar con un casco da motociclista. "Che ci fai col casco", domanda l'amico, "siamo venuti in macchina!". "Chicks dig motorcycles", le ragazze vanno pazze per le moto, risponde l'altro.

Ora: che le donne (alcune donne) vadano pazze per i tipi in moto (per alcuni tipi in moto), e' un dato di fatto un po' ovunque. Ma e' vero che qui negli USA la cosa sembra avere dimensioni diverse rispetto a quanto ho potuto sperimentare in Italia (ma ero parecchio giovane) e in Belgio. In Italia il motociclista ha sicuramente il suo fascino, ma quelli che vanno in moto sono talmente tanti che alla fine l'essere motociclista non e' che sia proprio un elemento di differenziazione. In Belgio il 99% dei motociclisti sono vecchi grossi e rubizzi che girano con vecchie Honda Pan European: sicuramente non uno spettacolo eccitante per le donne.

Qui in America la cosa e' diversa. Ovviamente il mercato si divide in vari settori: c'e' chi preferisce l'uomo Harley, chi preferisce l'uomo con la sportiva. Chi preferisce l'uomo sulla cafe racer. Ma in ogni caso, almeno nel Midwest, l'uomo in moto non e' cosi' presente come in Italia e in Europa. E le reazioni femminili a volte sono al limite dell'imbarazzante.

Nelle ultime due settimane mi sono successe le tre seguenti cose:

- Fermo al semaforo un pomeriggio, giubbotto di pelle, jeans, casco integrale e occhiali di sole (e quindi non c'era modo di vedere se avessi una faccia almeno decente o meno), sono quasi caduto per terra quando una pazza di Greenpeace che era sul marciapiede accanto cercando di convincere la gente a firmare per la protezione delle balene tibetane mi e' saltata sul sedile del passeggero all'improvviso, non invitata, stringendomi e gridando "take me for a ride!!!". Io pensavo fosse una candid camera. E mi sono anche incazzato, perche' come sanno tutti quelli che vanno in moto, la donna che monta dietro senza avvisare e' una delle ragioni piu' comuni delle cadute da fermo...e infatti non so grazie a quali bestemmie sono riuscito a rimanere in piedi.

- Fermo a un altro semaforo, le dieci di sera,  due tipe si avvicinano. Una e' visibilmente ubriaca, e barcolla: mi si aggancia al braccio, e biascica un "take us for a ride, we are from Saudi Arabia". Al che pensavo fosse davvero uno scherzo: portaci a fare un giro, siamo saudite??? Cioe': SAUDITE? Ma ziocantante! Questa e' troppa bella. Quando io ho detto che non potevo portarle tutte e due, la risposta della sobria e' stata geniale: "ci puoi prendere a turni". E vi assicuro che i vocaboli inglesi utilizzati erano equivoci come l'italiano "prendere". Ci. Puoi. Prendere. A. Turni. Due saudite. Mah.

- Entro a Walgreen, uno di quei negozi americani che sono principalmente una cosa (una farmacia), ma che sono anche centomila altre cose (alimentari, affita dvd, negozio di vestiti). Prendo una lattina di cocacola, vado a pagare, e la cassiera, asiatica, mi guarda, guarda il casco e dice "that's a big one". Io sorrido, e dico "e' per una moto grossa". E lei: "e cos'altro hai di grosso?".

Sara' l'aria di settembre?

14/09/11

Passaporti e aspettative familiari

Come nel piu' classico dei film, mi scopro a pensare "mio figlio potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti".

PS: Il passaporto americano e' arrivato dopo due settimane, e cioe' una settimana esatta prima di quanto avevano detto. Del passaporto italiano - chevvelodicoafare! - richiesto il giorno prima di quello americano, si sono perse le tracce. Pare ci sia stato un "disguido". Pero' mi hanno detto che posso ripresentare la documentazione, e stavolta vedranno di farmi davvero un favore e di farmelo avere in 5-6 settimane. Sai che c'e'? Sono tentato di non ripresentarla proprio la documentazione per il passaporto italiano. Se ritrovano i documenti bene, altrimenti vivra' come ameriGano, e poi, a 18 anni, se vuole il passaporto italiano se lo fara' lui. Siamo proprio degli stronzi e basta. Pero' come si mangia bene in Italia e come ci si veste bene...

03/09/11

Quelle piccole differenze che fanno Terzo Mondo

Sono andato a fare domanda per il passaporto del piccolo Tiranno. Visto che e' nato in America, ha diritto sia al passaporto italiano sia a quello americano (avrebbe diritto anche a quello belga, che gli faremo piu' avanti).

Vado al consolato italiano, presento tutti i documenti, e l'usciere (perche' negli uffici pubblici italiani, gli uscieri sono Minossi inamovibili, che giudicano e mandano secondo che avvinghiano) mi dice che ci vorranno tra le 3 e le 8 settimane.
- Come, faccio io, l'ufficiale al quale ho telefonato mi aveva detto tre settimane...
- Eh, tre settimane...a volte, risponde lui. A volte ci vogliono anche 8 settimane, sa?
- Si', ma da cosa dipende? La documentazione e' completa no?
- Eh, completa...ora vediamo.
- No, scusi, come "ora vediamo?". Se la sua funzione e' quella di verificare la completezza della documentazione lo vediamo ora se la documentazione e' completa, no?
- No no, ma la documentazione pare completa...
- E quindi? 3 settimane?
- Eh, ma sa, la persona che se ne occupa e' in vacanza, e poi a Roma stanno cambiando il software

(Parentesi: e' possibile che a Roma cambino il software ogni volta che vado in consolato io per fare qualsiasi cosa? Vado a fare la procura per vendere la moto in Italia Eh, a Roma stanno cambiando il software. Vado a fare la carta d'identita' Eh, a Roma hanno cambiato il software. Ma Zio infame).

- E quindi, continuo io? Ne avrei bisogno tra tre settimane, e contavo sulla validita' delle informazioni che mi avete dato al telefono...
- Eh, ora vediamo, parlo col responsabile.
- Ma quindi c'e'? Non era in vacanza?
- Eh, ora vediamo se possiamo farle un favore.

Me ne vado per non spaccare il vetro che mi separava da questo individuo, e mentre rifletto su come in Italia gli uscieri abbiano potere di vita e di morte su tutti noi, vado a fare la domanda per il passaporto americano del Tiranno.

C'e' una specie di usciere. Oddio, penso. Invece no. Guarda i documenti e mi lascia passare immediatamente. Arrivo dal funzionario.
- Per quando posso avere il passaporto, faccio io?
- Ci sono due procedure: una veloce, per la quale paga 40$ di piu', e ha il passaporto in 3 settimane, e una normale, e ha il passaporto in 6 settimane.

Opto per la veloce. E rifletto su come non si tratti di fare favori. Il cittadino non e' un suddito al quale il potente fa favori. Il cittadino ha diritti. Ci sono procedure. Si seguono. Si pagano. E si ottiene quello a cui si ha diritto (a volte, non sempre, perche' lo Stato - ogni Stato - e' comunque un Leviatano immane). In Italia invece si e' ancora al sistema feudale, dove il signore concede favori, ma solo dopo che si sia riusciti eventualmente a ottenere udienza...

Pero' come si mangia bene in Italia, continuano a dire i mentecatti per cui l'Italia e' ancora il paradiso, prigiornieri della caverna delle ombre di Platone...

22/06/11

Facce da moto (e moto)

L'altro giorno vi avevo parlato della mia partecipazione al raduno Freedom Ride 2011. Vi avevo detto che c'erano gente e moto particolari per me, ma tipiche del paesaggio motociclista americano. Ecco le prove (cliccate sotto questa foto per vedere le altre).



Morte di una strada

Cars ha spiegato in tre minuti com'e' morta la Route 66. Io qui, nell'ultima puntata della serie dedicata alla storia della Route 66, vado un po' piu' nel dettaglio, se v'interessa (eh si', la Route 66 l'hanno ammazzata i nazisti).

19/06/11

Adunanza

Il mio assoluto disprezzo per le adunanze di massa e le manifestazioni di esaltazione collettiva mi ha sempre portato ad evitare le assemblee politiche di piazza, nelle quali centinaia di migliaia di persone che la pensano tutte allo stesso modo si muovono come indemoniate strillando slogan che risultani barbari indipendentemente dalla bonta' dei contenuti. Per lo stesso motivo ho sempre bazzicato molto poco gli stadi per le partitite di calcio, i club sportivi o intellettuali nei quali l'appartenenza e la lealta' sono misurati dal non avere sfumature di pensiero su un dato argomento, o dal possedere un determinato oggetto.

Questo mio rifiuto si e' esteso sempre anche alla moto: fino al mese scorso non avevo mai partecipato a raduni motociclistici, e quando l'ho fatto e' stato piu' per interesse antropologico (quello di uno straniero che vuole apprendere i costumi della terra che lo accoglie) che per volonta' di sentirsi parte "di un gruppo". 

La moto, l'ho sempre detto, e' onanismo. La si pratica da soli. 

Pero' quanto un paio di giorni fa Ryan, l'uomo che sussurrava alle motociclette, mi ha invitato a partecipare a un raduno di motociclisti americani che avrebbe coinvolto migliaia di motociclette, ci ho messo un nanosecondo per accettare. Anche perche' il modo in cui Ryan me lo ha presentato non ammetteva defezioni: sara' l'occasione perfetta per vedere un bello spaccato di Americana: migliaia di moto, individui animati da sano e vero patriottismo, il tutto viziato dal tipico ciarpame Harley Davidson. Non puoi non venire. 

E infatti sono andato. E se da un lato confermo il piu' profondo disprezzo per queste adunanze oceaniche, dall'altro ho avuto paura delle mie emozioni. 2900 moto in fila per partecipare a una motociclettata di 15 km per celebrare i caduti americani nelle guerre medioorientali, passando per piccoli villaggi del Mid West con centinaia di anziani, bambini, giovani che ti salutano sventolando bandiere dai bordi delle strade. Vecchietti con il loro cappello John Deer e la loro camicia plaid a quadri rossi che vengono a toccarti per benedirti e ringraziarti di ricordare i loro figli e nipoti morti. 

No. La mia opinione nei confronti delle adunanze non e' cambiata. Le disprezzo ancora, forse di piu'. Di sicuro pero' capisco meglio come possano dare un senso di appartenenza a individui spesso ai margini della societa'. Ma non nascondo che sentire questa nazione parlare di liberta' contando e celebrando i suoi caduti, fa tutto un altro effetto che sentire De Magistris parlare di "Napoli liberata" dopo la sua elezione. Soprattutto quando ci si trova di fronte a un muro di centinaia di metri, nero come la disperazione dei genitori che piangono i loro figli, ricoperto di nomi di caduti. E si vede un bambino di 5 anni indossare un vecchio gilet di pelle, visibilmente troppo grande per lui, con il nome di un padre motociclista morto in chissa' quale deserto per difendere una parola che da noi De Magistris usa per parlare di Napoli. 

Le parole sono importanti. Qui sanno ancora morire per difenderne il significato (o almeno, per difendere quello che loro interpretano come il giusto significato).

Detto questo, c'era davvero una caterva di disadattati e di moto allucinanti. Postero' le foto...

13/06/11

Arretratezza americana

Ci sono due cose sulle quali l'America e' profondamente indietro rispetto alla maggior parte dell'Europa sviluppata e al Giappone: la telefonia e i sistemi di pagamento.

Mi spiego: e' quasi impossibile a Chicago, New York, Los Angeles non avere almeno due, tre chiamate su dieci (fatte o ricevute) che o sono interrotte perche' si e' perso il segnale o che non si riescono a fare perche' non si riesce a prendere la linea. Spessissimo poi si chiamano cellulari, il telefono pare squillare, ma in realta' dall'altra parte non squilla una fava: il che implica che tu sei convinto che l'altra persona vedra' la tua chiamata ("ehi, il telefono squillava"), mentre l'altro telefono non ha proprio squillato. Le litigate che ho fatto con mia moglie durante i primi mesi per questo motivo non ve le racconto.

In alcuni edifici poi - per esempio a casa mia - e' impossibile avere segnale. Impossibile. E la mia non e' un'eccezione, ve lo assicuro.

Francamente il sistema telefonico e' da terzo mondo. (E la superiorita' del blackberry sull'iphone in queste situazioni e' schiacciante: col blackberry con una barra di segnale si riesce a far tutto. Con l'iphone segno delle croce e/o bestemmie, a scelta vostra).

Poi c'e' l'arretratezza imbarazzante dei sistemi di pagamento. In Belgio, gia' dal 2001, potevo fare ogni tipo di pagamento o versamento bancario via internet. Non credo di aver mai messo piedo alle poste per pagare alcunche' dal 1998 (capito Italia?) data in cui mi trasferii a Bruxelles. E non credo di aver mai dovuto pagare con un assegno.

In America, la punta di diamante del mondo occidentale, armatevi di assegni e di tanto cash. E scordatevi un sistema di pagamenti su internet come in Belgio. Fermi: ovviamente si puo' fare parecchio con la carta di credito (ma aumenta il numero di ristoranti che non l'accetta...). Non e' un caso che il commercio elettronico qui vada fortissimo. Ma provate a fare un versamento dal vostro conto corrente a quello di vostra moglie. O provate a fare un versamento internazionale. Auguri.

Voglio dire: in tutti i negozi potete ancora trovare i portafogli enormi per ospitare il libretto degli assegni! E in alcuni casi il pagamento con assegno e' imposto: per alcuni servizi delle compagnie TV, o per comprare un'auto. Ogni volta che ricevete una fattura (della compagnia telefonica, della tv via cavo, della carta di credito), viene acclusa una busta gia' affrancata nella quale inserire l'assegno da inviare per posta per pagare. Come ai tempi dei Medici in Toscana, maremma impestata.

Poi certo, ci sono mille cose che funzionano meglio. Ma non riesco a capacitarmi dell'arretratezza in queste due cose. E' come incontrare un uomo dello spazio che usa ancora la miscela al 2% per la propria astronave. Boh.

09/06/11

La storia della Route 66/2: il sogno di Cyrus Avery

E' online su Route 66 in moto la seconda parte della storia della Route 66, per chi fosse interessato...

"Cyrus Avery. Alzi la mano quanti di voi conoscono questo nome. Pochi, immagino. Eppure e' a lui, alla sua determinazione, e alla sua abilita' come negoziatore politico che si deve la creazione della Route 66 e la nascita di un mito".

Continua


05/06/11

Storia della Route 66/1

Soulsby Station, 1926, la stazione di servizio piu' vecchia dell'Illinois. 
La strada piu' famosa del mondo nasce ufficialmente l'11 novembre 1926, con la proclamazione da parte dello US Bureau of Public Roads. Ma la sua storia comincia a muovere i primi passi una ventina d'anni prima, spinta da un bisogno molto semplice e ancora attuale ovunque (si pensi alle discussioni in Italia sulla TAV...): quello per migliori infrastrutture.

Nei primi anni del XX secolo l'America era attraversata da una ragnatela di numerose strade in terra battuta, che collegavano le citta' piu' sviluppate della costa orientale agli avamposti del famoso West non ancora del tutto domato. In molti casi queste strade erano ancora i vecchi cammini percorsi dai coloni nella loro conquista del West, o addirittura i cammini che gli indiani d'America avevano percorso per secoli prima di essere sterminati dai nuovi arrivati.

Clicca qui per continuare a leggere.

31/05/11

Route 66: la nascita di un mito

Questo post apre una nuova sezione del blog, interamente dedicata alla Route 66: la sua storia, i suoi personaggi, il suo mito. Ed e' l'occasione buona per lanciare un blog ad hoc!

Wigwam motel in Hollbrook, AZ - Aprile 2011

Route 66: basta pronunciare queste due parole per suscitare nell'interlocutore immagini e sensazioni confuse e precise allo stesso tempo: il viaggio, la strada per eccellenza; l'emancipazione dal tempo e dalla fretta; il vento nei capelli; l'America vera; l'America che non esiste piu, ma che esistera' per sempre; l'espansione verso il West; vecchie Cadillac, insegne al neon e citta' fantasma.

Credo che tutti piu' o meno ammetteranno di aver pensato almeno ad una delle immagini qui sopra leggendo “Route 66”. Anche quelli che non hanno mai messo piede in America e che non sono interessati al viaggio, tantomeno in moto. Non e' necessario essere affascinati dal mito della Route 66 per conoscerlo. Fa parte dell'immaginario comnune del mondo occcidentale, e noi italiani ne siamo particolarmente attratti.

Se pero' tutti sono convinti di conoscere almeno superficialmente che cosa rappresenti la Route 66, pochi sembrano sapere che cosa sia e che cosa sia stata la Route 66 nella realta' storica. Spesso ho parlato con turisti europei che hanno pagato fior di quattrini (alcuni tour operator chiedono 8-9000$ per organizzare un viaggio in moto sulla Route 66, e in molti ci cascano e pagano, come se fosse un viaggio su Marte e non in America, su strade statali), e pochi conoscono la vera storia. Per esempio quanti sanno che il soprannome della Route 66, the mother road, la strada madre, deriva dalla descrizione di una tragedia, quella delle migliaia dei poveri che usarono la Route 66 per spostarsi dall'Oklhahoma verso la California e non morire di fame?

Anch'io, ovviamente, da bravo motociclista e con il mito dell'America, ero e sono affascinato dal mito della Route 66. Credo che almeno una parte del mio entusiasmo all'idea di venire vivere a Chicago due anni fa– una citta' che non avevo neanche mai visitato – fosse proprio dovuta al fatto che e' da qui che partono i 3940 km (2448 miglia) che si snodano verso Santa Monica, il punto di arrivo.

Da quando mi sono trasferito qui ho avuto la fortuna di fare parecchi viaggi sulla Route 66, percorrendone vari spezzoni. Ho fatto il percorso completo Chicago-Saint Louis, alcuni spezzoni in New Mexico, Texas, Arizona. Devo ancora fare il viaggio completo in moto da Chicago a Santa Monica in una volta sola (e' nei programmi per l'estate 2012: qualcuno e' interessato?).

Sulla base della mia esperienza, delle mie ricerche (sono molto nerd quando si tratta di pianifare un viaggio), dei molti libri e guide comprati (disponibii solo in inglese), ho deciso di creare questa nuova sezione del blog, che ho chiamato Route 66, e che trovate sotto l'intestazione del blog. Allo stesso tempo pero' ho creato un blog apposito che ho chiamato “Route 66 in moto”, che raccogliera' i post sulla Route 66 che pubblichero' qui, ma che allo stesso tempo fornira' anche ulteriori informazioni pratiche. Per cui date un'occhiata anche di la', di tanto in tanto, se vi va, e ditemi che ne dite della foto dell'intestazione.

Di cosa si parlera' in questa sezione Route 66? Per prima cosa voglio spiegare bene la storia della Route 66, dalle origini del suo nome, ai motivi che ne hanno determinato il successo nell'immaginario collettivo americano prima, mondiale poi. Parlero' poi della strada vera e propria, dei percorsi e delle attrazioni, e delle mie chiacchierate con alcuni personaggi imprescindibili che tutt'oggi sono una parte fondamentale nella preservazione della leggenda (e non potro' non parlare dei ristoranti e del cibo della Route 66, dal momento che nel bene e nel bene hanno contribuito alla creazione del mito). Infine pubblichero' alcune foto scattate nei miei viaggi sulla Route 66, quelle che credo meglio riescano a trasmettere le sensazioni che questa strada sa dare (quella in apertura del post non e' che un assaggio).

Se poi qualcuno stesse pensando di venire a fare il viaggio Route 66 (e NON volesse spendere gli 8000$ chiesti da alcuni tour operator, be', mi contatti: come accennavo, sto programmando il grande viaggio in moto per l'estate del 2012, e se qualcuno volesse unirsi a me sarebbe il benvenuto. 

In alternativa, sono dispostissimo sia ad aiutarvi a mettere semplicemente in piedi un itinerario sulla base del vostro tempo e delle vostre necessita', sia a farvi da guida (in italiano, ovviamente) in Chicago e da Chicago. E per un prezzo sicuramente inferiore agli 8000$ richiesti da altri. Basta chiedere.

E si cominci il viaggio.

23/05/11

L'uomo che sussurrava alle motociclette

Per quanto io adori le motociclette, e per quanto ne abbia possedute parecchie nel corso degli ultimi venti anni, sono completamente negato nella meccanica motociclistica. Se la moto non parte, non so cosa fare. Non so dove guardare. E non sto parlando necessariamente di problemi all'elettronica della moto, quella si' di difficile soluzione anche per gli esperti. Sto dicendo che davvero quando la moto mi si ferma e non parte io non so che pesci pigliare.

Se rovisto nelle cartelle della mia memoria per trovare un episodio in cui io sia riuscito a far ripartire un motore fermo, mi ricordo solo il caso del Califfone, il mio primo aggeggio a due ruote. Aveva la candela piazzata sotto il serbatoio, e quindi a volte, se un po' di benzina fuoriosciva mentre facevi rifornimento e finiva sulla candela, col cazzo che ti ripartiva: la candela andava staccata, pulita, asciugata, e poi - dopo molte bestemmie - si ripartiva. Forse. E tra l'altro non era neanche farina del mio sacco, questo rimedio: all'epoca avevamo una Seat Marbella che la mattina, quando faceva freddo ed era umido, non partiva se prima non asciugavi il motore con l'asciugacapelli...Quindi io mi ero limitato ad applicare al Califfone un rimedio che avevo visto per la Marbella!

Ho sempre nutrito un profondo rispetto e una malcelata invidia nei confronti delle persone che sanno mettere mano alla proprio moto e farla ripartire. Ma consapevole dei miei limiti meccanici, pago i miei bei 39$ all'anno per avere l'assistenza immediata nel caso in cui la mia moto sia in panne. Un bel numero di telefono dedicato che mi risponde nel giro di due squilli 24 ore su 24 nel caso in cui mi succeda qualcosa, e mi arriva un bel camioncino che mi porta da un qualsiasi meccanico o in qualsiasi hotel se il meccanico e' chiuso. Soldi ben spesi.

C'e' un punto debole in tutto questo. L'assistenza funziona se si ha modo di contattarla. Se non c'e' copertura telefonica, be', sei abbastanza del gatto.

Bene: la settimana scorsa ho fatto un bel giro in moto di un totale di 2800km verso Sud. Destinazione Tail of the Dragon, un passo di montagna che e' una delle strade piu' famose per i motociclisti americani, con piu' di 300 curve (molte delle quali a gomito) in meno di 17km.

Dei bei giri in montagna, rovinati pero' dalla pioggia battente che ci ha accompagnato per giorni e giorni. E qui veniamo al dunque: il primo giorno, su un passo di montagna a 3000 metri, ci dobbiamo fermare perche' eravamo finiti in mezzo a una nebbia e a una pioggia talmente fitte da non riuscire a vedere a dieci metri di distanza. E su strade ricche di tornanti sconosciuti non e' il massimo. La foto qui sotto mi e' testimone. Non credo di aver mai avuto tanta paura come su quella strada, in quelle condizioni (la strada, per la cronaca, era la Cherohala Skyway).


Li' mi rendo conto che sono giorni che sto guidando la moto in zone SENZA copertura telefonica. E quandi dico senza copertura telefonica, intendo che davvero non ce n'e'. Non solo sui passi di montagna, ma neanche nei villaggi. Una roba da terzo mondo. Mi rendo quindi conto che la mia assistenza e' inutile. E ovviamente cominciano i problemi.

Passata un'ora senza che il tempo migliorasse, facciamo per ripartire. Ma la moto di un tizio non parte. Non da' nessun segnale. "Hai gli attrezzi?", ci chiediamo l'un l'altro? "Certo...in hotel", ci rispondiamo quasi tutti. Che poi chissa' che cosa ci avremmo fatto con questi attrezzi...Pero' uno gli attrezzi li ha. Li tira fuori, si mette ad aggeggiare sulla moto mentre il proprietario - un ragazzo di 23 anni - cerca di nascondere il terrore negli occhi (sono le 4 del pomeriggio in un posto dove gli orsi si sono svegliati da un paio di settimane e hanno fame...e c'e' la prospettiva concreta per lui di 1) abbandonare la moto del padre, che se lo inculera' o 2) restare con la moto mentre noi andiamo a cercare aiuto, e un orso se lo inculera').

Il tizio con gli attrezzi si mette a parlare con la moto mentre la smonta pezzo per pezzo. Una moto, sottolineo, che non aveva mia visto in vita sua: lui era con una suzuki sv650, mentre la moto era una harley v-rod 1200. Nel giro di un'ora la moto riparte.

Un grande sospiro di sollievo, e tutti giu' dal monte (uno letteralmente giu' dal monte, perche' con la nebbia non ha visto la curva ed e' andato dritto nel dirupo...solo che non ce ne siamo accorti fino alla fine, perche' non lo abbiamo visto andare giu'. E' sempre vivo. Da notare che era il fenomeno che si lamentava della velocita' mia e di un altro nella nebbia. Devo ammettere che un po' ho goduto).

Prima di arrivare a casa pero' ecco di nuovo il fato avverso: la Suzuki si ferma pure lei. Niente paura. Ryan, il proprietario, la smonta nel giro di un'ora, e la rimette in marcia. Ovviamente da quel momento sono sempre stato molto vicino a Ryan, l'uomo che sussurrava alla moto. E ho deciso di andare a prendere lezioni di meccanica da lui, visto che e' qui a Chicago.

Ah, ovviamente non e' un meccanico: e' un musicista (!)

02/05/11

Osama/2

Quindi gli Stati Uniti per dieci anni cercano di catturare e/o uccidere Osama. Alla fine ce la fanno, e poi buttano il corpo in mare subito dopo, in osservanza delle leggi islamiche?

O ragazzi, ma chi volete prendere per il culo? Ma davvero? Ora, va bene dire cazzate e aspettarsi che il pubblico se le beva, ma qui si esagera. Siamo agli stessi livelli di Berlusconi che dice che ha dato i soldi a Ruby per evitare che si prostituisse.

Chi ci crede e' un mentecatto.

21/03/11

Le strade di New Orleans

Cliccate per ingrandire.

Matteo 12, 33-37 (*)


Soft shell crab Po' Boy
(il po' boy e' un panino tipico di New Orleans)


American Legend


Crawfish
(tipico crostaceo del Golfo del Messico, a meta' tra l'aragosta e il gambero)


(*) Mt 12,33-37: "Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderano conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato"

02/02/11

Tsunami di neve

Tsunami di neve (l'onda e' alta piu' di un metro e mezzo)

Chicago e' stata attraversata da una delle piu' grandi tempeste di neve degli ultimi 40 anni. Per la prima volta in vita mia, ho visto e sentito tuoni e lampi mentre nevicava: un'esperienza sensoriale abbastanza spiazzante.

Ha nevicato ininterrottamente, forte, per circa 15 ore, fino a mezzogiorno di oggi ora locale. La neve non scendeva lieve giu' dal ciel, ma veniva giu' come un acquazzone di fiocchi, violento e implacabile. La citta' era preparata: dalla finestra ho visto camion spazzaneve in funzione continua per ore e ore, auto della polizia quasi ad ogni angolo di strada per aiutare eventuali automobilisti in difficolta'.

Gli uffici oggi sono rimasti chiusi, i negozi lo stesso. Alcune strade da ieri sera erano state chiuse, dal momento che le onde del Lago Michigan arrivavano a bagnarle, creando lastroni di ghiaccio pericolosi. E' caduto piu' di un metro di neve (in alcune zone piu' di 150cm...). Ci sono stati alcuni disagi, con alcune macchine bloccate sulle strade, ma nel complesso non ci sono stati problemi. E le strade - TUTTE quelle a alta circolazione, e anche alcune di quelle meno trafficate - sono gia' ora, a meno di tre ore dalla fine della tempesta, sgombre. Non solo: anche i vialetti pedonali nei parchi sono gia' stati sgombrati.

Ecco. E poi ripenso alla nevicata di 20 cm del dicembre scorso in Italia, con la Firenze-Pisa-Livorno chiusa al traffico per 6 giorni. E sono sempre piu' felice di non abitare piu' il natio borgo selvaggio. Bellissimo quanto si vuole, ma davvero indegno di appartenere al mondo sviluppato. Basta allontanarsene per rendersene conto.

19/11/10

Il giorrno del ringraziamento: tra miti e falsita'

Il primo ringraziamento, di Brownscombe
(Articolo tradotto dall'originale inglese, che e' qui).

L'ultimo giovedi' di Novembre (quest'anno il 25 pv) si celebra in America il giorno del Ringraziamento. E' una festa alla quale mi pare gli americani siano addirittura piu' attaccati che al Natale. Immagino che il motivo sia legato alla storia della festivita', che celebra uno dei momenti fondanti di questa nuova Nazione. Pero' c'e' un pero'.

La storia ufficiale insegna che il Primo Ringraziamento fu celebrato nel 1621, quando i pellegrini sbarcati a Plymouth nel New England riuscirono a salvarsi grazie all'intervento degli indiani, che diedero loro cacciagione e mais. Cosi', ogni anno, l'ultimo giovedi' di Novembre, gli Americani celebrano questo momento conciliatore con la loro famiglia e i loro amici, cucinando un pasto che ricalcherebbe quello che venne mangiato in quel Primo Ringraziamento di quasi 500 anni fa. Purtroppo e' tutto falso: il mito del Primo Ringraziamento sarebbe infatti un'invenzione di un'autrce di romanzi del XIX secolo, o almeno cosi' sostiene Andrew F. Smith nel suo articolo The First Thanksgiving, pubblicato nel 2003.

La celebrazione di ringraziamenti (e cioe' preghiere per ringraziare il Signore per svariate cose, come un buon raccolto, una pioggia provvidenziale, la fine di una malattia) erano prassi comune in molte comunita' delle colonie inglesi in America. Questi vari ringraziamenti prevedevano preghiere comuni, ma non si tenevano a date fisse. E di sicuro non avevano niente a che fare con commemorazioni di un presunto Primo Ringraziamento dei pellegrini, di cui nessuno ha parlato per secoli. Infatti la prima volta che si fa menzione di un Primo Ringraziamento e' in una lettera del 1841 (e cioe' 220 anni dopo i presunti fatti): il mittente parla di un evento del 1621 che sarebbe durato tre giorni, per celebrare un ottimo raccolto. Secondo lo storico Smith pero' questa lettera non sarebbe nient'altro che una specie di forma di pubblicita' per convincere piu' inglesi a trasferirsi nelle colonie americane. Un po' come quelle pubblicita' che passano alla TV, nelle quali ci sono immagini bellissime di posti lontani e problematici, e che dovrebbero invitarci a visitarli.

Nel momento in cui quella lettera viene scritta, nel 1841, la serie di eventi che avrebbe trasformato un falso storico nella maggiore celebrazione americana si era gia' messa in moto. Nel 1827 Sarah J. Hale pubblica il suo romanzo Northwood: a Tale of New England, che contiene un capitolo intero che descrive con dovizia di particolari una cena di ringraziamento con il tacchino arrosto, marmellate, torte di zucca e gravy, il sugo di carne per cui qui vanno tutti matti. In pratica inventa dal niente quell'immagine che diventera' poi l'iconografia classica della cena del Ringraziamento americano.

Il romanzo della vedova Hale ha molto successo, tanto che Hale finisce a dirigere una pubblicazione molto influente all'epoca, la Godey's Lady's Book. Nel suo nuovo ruolo, la Sig.ra Hale fa una campagna senza sosta per tentare di convincere il governo a creare un giorno del Ringraziamento nazionale. I suoi sforzi vanno finalmente a buon fine durante la guerra civile americana, quando, nel 1863, il Presidente Lincoln dichiara per la prima volta l'ultimo giovedi' di Novembre come il giorno del Ringraziamento.

E' interessante notare pero' come neanche la Sig.ra Hale nel suo romanzo avesse MAI fatto il collegamento tra il Ringraziamento e un presunto Primo Ringraziamento del 1621. La prima volta che Hale fa questo collegamento e' in un editoriale del 1865, e quindi DOPO che Lincoln ha gia' creato la festa nazionale. Nel giro di un paio d'anni pero', l'editoriale di Hale viene ripreso praticamente in quasi ogni giornale dell'epoca, diventando una cosa (sbagliata) di dominio comune.

Il tutto torno' anche molto comodo come strumento per cercare di assimilare il flusso senza fine di immigrati non anglofoni che arrivava negli USA: il Primo Ringraziamento del 1621 divenne una facile storiella da insegnare a scuola, creando nei nuovi americani un senso di appartenenza e di unita' di cui in quel momento la nuova nazione aveva un bisogno disperato: i pellegrini venivano identificati con quell'ideale di liberta' che la maggior parte delle persone che emigravano in America perseguivano, e il Ringraziamento divenne il momento unificatore in cui un'intera nazione diceva grazie per tutto quello che aveva ottenuto.

Freedom from Want, 1943, Rockwell -
iconografia classica della
cena del Ringraziamento
Ma di sicuro almeno la tradizione del tacchino si basa su fatti veri? No, purtroppo no. Evan Jones, in un libro meraviglioso che ripercorre la storia della cucina americana, dai primi colonizzatori ai giorni nostri (American Food), dice che i documenti storici parlano di un ringraziamento del 1621 il cui menu sarebbe consistito in "carne di cervo, anatra arrosto, oca arrosto - nessuna menzione di un tacchino arroso - vongole, anguille, pani di grano e mais, porri, crescione, prugne, vino fatto in casa".

Quindi e' tutto falso? Si' e no. Ogni paese ha i suoi falsi miti unificatori, (l'Italia ne e' piena), ma questo non vuol dire che le celebrazioni e i sentimenti dietro le celebrazioni siano falsi anche loro. Lo spirito che unisce gli Americani nel giorno del Ringraziamento e' ben reale: lo si respira quasi nell'aria, lo si sente nei discorsi della gente che fa carte false per prendere quell'ultimo areo e arrivare a casa in tempo per sedersi a tavola con la famiglia e riabbracciarla. E magari anche sterminarla tutta, come ha fatto un tizio in Florida l'anno scorso.


26/10/10

Raccomandazioni americane vs raccomandazioni all'italiana

Quando leggo di come in Italia il vero problema del mondo del lavoro sarebbero le raccomandazioni, mi viene da ridere. Perche' la raccomandazione nel mondo del lavoro americano non solo non e' un problema, ma e' considerata una risorsa fondamentale. Ma ovviamente non e' la raccomandazione all'italiana.

La raccomandazione, referral, e' non solo prassi accettata nel mondo del lavoro americano, ma incoraggiata. Non e' raro per un'impresa americana dare dei premi in danaro al proprio impiegato che raccomandi una persona di talento per un posto di lavoro, se la persona in questione viene poi assunta e fa un buon lavoro.

Avete capito bene: chiudete la bocca che avrete aperto presi dallo schock, che vi spiego meglio.

Tutte le aziende americane per le quali ho lavorato io hanno un programma d'incentivi per spingere i propri impiegati a raccomandare persone talentuose. L'obiettivo dell'azienda e' semplice: assumere le persone migliori sul mercato del lavoro. In un'azienda per cui ho lavorato in Belgio, per esempio, c'era un formulario che permetteva agli impiegati di presentare il CV di un loro conoscente (o amico, o altro) per posti di lavoro disponibili. Io l'ho fatto piu' volte. E piu' volte mi sono beccato un premio per aver presentato candidati che poi sono rimasti nel loro posto di lavoro per piu' di un anno.

Il sistema come capirete e' molto diverso: non raccomando Gina perche' mi ha fatto un pompino. E non raccomando Gino perche' e' figlio del ministro, e neanche Tullio nipote del mio barbiere che cosi' mi fa uno sconto quando vado a tagliarmi i capelli. Raccomando persone che so che sono qualificate per il posto di lavoro disponibile: ho un incentivo ben preciso a farlo, anche di natura economica. Perche' se la persona che raccomando non e' migliore degli altri candidati in lista, allora non verra' assunta e io non otterro' il mio bel gruzzoletto. Non solo: raccomandando capre mi farei anche un brutto nome all'interno dell'azienda e non andrei da nessuna parte.

Io stesso sono stato raccomdandato per un lavoro fatto in passato. Raccomandato da una persona per la quale avevo lavorato in precedenza, ma che non aveva nulla da guadagnare dalla mia eventuale assunzione. E io stesso ho raccomandato - come ho gia' detto - un paio di persone che hanno poi avuto successo. Per cui non e' raro che riceva chiamate di cacciatori di testa o dipartimenti di risorse umane che vogliono sapere se per caso conosco qualcuno che possa andare bene per il posto di lavoro X o Y.

Non mi credete? Bene. Allora leggete il primo consiglio che il Wall Street Journal da' a chi cerca lavoro: "La raccomandazione attraverso qualcuno che conosci e' la tua chance migliore per trovare un lavoro. Uno studio fatto da CareerXroad intervistando piu' di 200 datori di lavoro mostra che la percentuale di assunzioni fatte attraverso raccomandazioni e' rimasta stabile negli ultimi cinque anni. Quasi il 27% dei partecipanti allo studio ha risposto che la raccomandazione era il fattore piu' importante nell'assunzione di persone esterne all'azienda nel 2009, praticamente allo stesso livello del 27.1% del 2005".

Ovviamente il sistema per funzionare ha bisogno di due cose: di gente che non raccomanda capre, e di persone all'interno dell'azienda che non assumono capre. Non basterebbe - temo - importare nel sistema italiano questo meccanismo d'incentivi: sarebbe comunque possibile raccomandare capre, e assumerle, sempre nella speranza di favori futuri.

E' per questo che dico che in Italia non c'e' speranza. Voglio dire: in un paese in cui i sindacati pretendono che le banche assumano i figli dei propri impiegati, dove cazzo si vuole andare?

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