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31/07/08

Istighiamo l'odio

Se si volesse davvero promuovere la pace nel mondo, ci sarebbe una sola cosa da fare: chiudere gli aeroporti. Certo, le conseguenze economiche sarebbero abbastanza drammatiche, ma credo che l'odio tra le varie nazioni diminuirebbe.

Perché vi assicuro che fare un volo Bruxelles-Pisa nello stesso aereo con, nell'ordine:
  • gruppo di studenti belgi francofoni che hanno cantato canzoni incomprensibili per tutta la durata del volo;
  • gruppo di tedeschi che si lamentava dei belgi di cui sopra, parlando però male degli italianen (non avevano capito un cazzo, poveri kartofen);
  • gruppo di oche spagnole vocianti con il loro accento insopportabile;
  • gruppo di fiamminghi simpatici e rilassati come dei pali su per il culo (ma almeno stavano zitti);
  • un paio di arabi che hanno fatto casino perché la hostess li ha fatti spostare dall'uscita di emergenza, visto che non parlavano una parola d'inglese (e l'inglese lo devi da parla' se vuoi sederti li', hai poco da protestare, caro il mio simpaticone);
  • gruppetto di francesi che dice che comunque l'italie est un gros bordel (ma allora stai a casa tua, cazzo, cosa vieni a rompere i coglioni, dico io).
Ecco, dicevo, fare un viaggio con sta gente qui ha avuto su di me un effetto istigatore di odio senza eguali. Secondo me proibendo i viaggi in aereo, chiudendo gli aeroporti, e predicando un bel "ognuno a casa sua" ci sarebbero meno guerre.

E si starebbe meglio.

21/06/08

Stordimento motociclistico

Ieri, alla ricerca di uno stordimento fisico che annientasse i miei desideri e i miei pensieri, sono saltato sulla Mana per un lungo giro attorno alla città di Gent. Le mie ginocchia hanno subito trovato posto negli incavi della moto, come le mani sui fianchi di una donna. Clarabella mi ha accolto borbottando allegramente con il suo motore potente, ma gentile. E mi ha subito fatto capire che non avrei dovuto preoccuparmi di niente, che si sarebbe fatta carico lei di tutto. Io dovevo solo andare. E sono andato.

70km di autostrada per arrivare al punto di partenza, a 120 km/h, con il ronfare sordo del motore. Un itinerario poi di 140Km su stradine strette di campagna, spesso sconnesse, su ciottoli, e ancora 70km di autostrada per tornare a casa.

Un solo stop di 10 minuti per la benzina, e un altro per mangiare una banana. Per il resto, 5 ore ininterrotte di moto, con l’obiettivo chiaro di riuscire a svuotare il cervello per riempirlo di vuoto. Con la scelta precisa di non mangiare, affinché la mente dovesse occuparsi anche della sensazione di fame fisica, e avesse meno risorse da dedicare ad altro.

E’ un gioco di strategia, ma alla lunga si puo’ vincere, si puo’ arrivare ad un punto dove l’unico elemento che occupa la mente è la posizione del piede sulla pedana, la posizione del corpo rispetto all’asfalto, il desiderio di piegare veloce, per capire se i tuoi limiti arrivano prima di quelli di lei, toccare le pedane per terra, consumare la ruota sui bordi. Anticipare sempre di più il momento in cui spalancare l’acceleratore in uscita di curva, fino a sentire la ruota posteriore sbandare, e vederla quasi affiancarti sulla sinistra...Come fare sesso brutalmente, senza sentimento, con lei che ti lascia fare perché sa che comunque non le farai del male. Che ti fermerai un attimo prima.

La strada, come tutto ormai in questo paese, è stata avara di emozioni: il percorso che avevo caricato sul GPS da un sito di motociclismo belga si chiama “La strada dei mulini ad acqua”. Su 140 km c’era un mulino solo, e neanche un attraversamento di un canale. La profonda mediocrità di questo paese m’incupisce sempre di più. E mi stupisco per il mio stupore.

Ma ieri l’obiettivo non era paesaggistico. Ho fatto pochissime foto, non mi volevo fermare. Non volevo pensare. Anche pensare di dovermi fermare mi disturbava. Contava solo lo strada come strumento di annichilimento. Fino al ritorno in autostrada, stavolta rabbioso, 150, 160, con l’aria che finalmente mi dava quello stordimento che cercavo, dopo molte ore. E con lei che sussurrava che forse stavo esagerando...che certo se volevo potevo chiederle di più, ma che forse, per oggi, era meglio tornare a casa.

Casa?

14/02/08

Capire Bruxelles


Bruxelles è anche questo: le direzioni cambiano e le distanze variano a seconda che a misurarle siano i valloni che parlano francese o i fiamminghi che parlano olandese.

E il problema è che a volte sono sbagliate tutte e due. La prima volta che tornai in macchina dall'aeroporto di Bruxelles verso il centro mi persi. Non ci potevo credere. Eppure ero sicuro di aver seguito le indicazioni per Bruxelles...

E infatti avevo fatto proprio quello. Solo che quando si vuole tornare a Bruxelles dall'aeroporto, NON bisogna seguire le indicazioni per Bruxelles, ma per Luik. Ovvio. Ma anche no.

23/12/07

Tassato al 77%

Venerdi' ho ricevuto la tredicesima. Tassata al 77%. Lo ripeto: venerdi' ho ricevuto la tredicesima. Tassata al 77%.

Un post del blog Mercato Unico mi ha dato un'idea geniale: visto che in Belgio sono sei mesi (sei mesi!!!!) che non c'è un governo, vorrà dire che chiederò di pagare il 50% in meno di tasse l'anno prossimo. Se il governo non esiste per il 50% dell'anno, e quindi non fa una mazza per il 50% dell'anno, allora io voglio pagare il 50% di tasse in meno.

Venerdi' ho ricevuto la tredicesima. Tassata al 77%.

Peccato: ho scelto il giorno sbagliato per smettere di bestemmiare.

19/09/07

Belgio in vendita

Ieri un buontempone aveva messo in vendita su Ebay il Belgio. Lo si descriveva come un regno diviso in tre parti (Fiandre, Vallonia, Bruxelles), senza un governo, nonostante le elezioni abbiano avuto luogo l'8 giugno scorso...

Pare che l'ultima offerta fosse di 10 milioni di Euro. Dico "pare" perché poi l'asta è stata sospesa da Ebay, e non c'è modo di ritrovare il particolare oggetto in vendita...peccato. Sarebbe stato abbastanza divertente vedere quanto si sarebbe pagato alla fine.

(Grazie a LdP per la segnalazione)

10/09/07

Se per il Belgio è arrivato il momento di sbaraccare, che facciamo con l’Italia?

L’Economist di questa settimana titola «E’ l’ora di andare a casa», riferendosi al fatto che ormai il Belgio, come Stato, non ha più motivo di esistere. Quello che doveva fare l’ha fatto. Troppe le spinte centrifughe, troppe le incomprensioni tra il nord fiammingo (ricco, di lingua olandese e di cultura aperta) e il sud vallone (francofono e piu’ tradizionalista), troppo “fetida” l’aria a Bruxelles, troppi i centri di poteri nel paese, che fanno si’ che a tre mesi dalle elezioni non ci sia ancora un governo. Per cui un “divorzio al cioccolato” sarebbe la cosa piu’ giusta.

E per una volta sono completamente d’accordo (soprattutto sull’aria fetida). Io ci avrei aggiunto anche che il Belgio ben presto sarà il primo califfato in Europa, il Belgistan, ma forse questo è troppo politicamente scorretto per l’Economist. Peccato sia la verità.

L’Economist conclude che “sicuramente molte cose positive possono ancora venir fuori dal territorio [belga]. Pero’ per questo non c’e’ bisogno del Belgio: queste buone cose possono tranquillamente emergere anche da due o tre nuovi mini stati...”

Ed io mi chiedo: ma alla fine, quanto detto per il Belgio, non vale anche per l’Italia? Ma davvero gli attuali cittadini italiani hanno bisogno dello Stato italiano, dell’Italia come noi la conosciamo, per fare uscire quello che di buono hanno? L’Italia come Stato non ha forse esaurito il suo ruolo storico? Non sarebbe il caso di rivedere modelli nati come minimo 150 anni fa, in circostanze leggerissimamente diverse?

Se lo Stato è un fornitore di servizi (e per chi non sia hegeliano, lo Stato è proprio questo), beh, allora direi che l’attuale fornitore è assolutamente incapace di erogare un servizio adeguato, e mi domando se dei fornitori più piccoli, più vicini al territorio, non possano essere in grado di fare meglio.

Riflettiamo un attimo sull’apparato statale italiano (o belga, se volete, o spagnolo). Chi le fa davvero le leggi? Non è il parlamento nazionale. Non è il governo nazionale. La stragrande maggioranza delle norme in moltissimi settori (ambiente, trasporti, salute, protezione dei consumatori, politica industriale) che molti pensano siano leggi italiane o belghe o spagnole sono invece fatte qui a Bruxelles. I veri legislatori sono i burocrati della Commissione europea che nessuno ha eletto, ma che si sentono depositari di un ideale che non saprebbero pero’ spiegare in maniera compiuta, e i parlamentari eletti al Parlamento Europeo solo perche’ spesso sono stati trombati in elezioni nazionali. Il parlamento italiano e il governo italiano si limitano ad attuare nel nostro ordinamento norme decise altrove, con uno spazio di manovra molto piccolo, ulteriormente limitato dalle attuali competenze regionali.

Ma a questo punto mi chiedo: a che mi serve un governo (o un parlamento) che si limita a recepire leggi fatte altrove, e che nel recepirle riconosce che in realtà l’attuazione spetta alle regioni? Ma non sarebbe meglio allora che le regioni facessero tutto direttamente?

E ancora: chi la fa la politica monetaria dello Stato italiano? TPS o Tremonti prima di lui? Non direi. Tutte le decisioni di politica monetaria, proprio quelle decisioni che hanno un cosi’ grande impatto sulle tasche dei cittadini (vedi la storia dei mutui) sono fatte da funzionari NON eletti della Banca Centrale Europea, a Francoforte. Ma se al governo è rimasta solo la leva finanziaria, perche’ non affidarla direttamente alle regioni? A che mi serve lo Stato italiano (o Belga) se poi quello che si limita a fare è mettere in atto politiche economiche volte comunque a perseguire obiettivi fissati a Bruxelles (l’infame patto di stabilità?)

Visto che siamo schiavi dell’Europa (con il rischio molto concreto che tutto il baraccone dell’Unione si trasformi ben presto in uno stato totalizzante – questo si’ hegeliano – senza alcun controllo popolare), perche’ non cominciare a trarne qualche beneficio? Tagliamo un livello decisionale inutile, quello statale italiano (o belga). Facciamo un’Europa delle macroregioni, regioni, mini stati, stati piu’ piccoli, come vi pare. Toscana, Padania, Triveneto, fate voi.

Ecco, un partito che sapesse coniugare un messaggio di questo genere sarebbe allo stesso tempo europeista (alla fine i poteri dell’Europa aumenterebbero, ma sotto un più stretto controllo democratico) e localista spinto. Un incontro tra Spinelli e Bossi.

Ci sarà sicuramente chi mi dirà “ma come, e il comune sentire italiano? La patria?” Beh, io a questa obiezione ho una risposta molto franca. E’ da tempo che quando mi chiedono “lei di dov’è?” io rispondo “Sono toscano”. Non m’identifico più con l’Italia attuale. E come me credo che si sentano tante persone in giro per l’Italia. Sicuramente molti di quelli a nord della Toscana stessa.

Ma anche per quelli che si sentono ancora profondamenti italiani, fatevi questa domanda: c’è bisogno di uno Stato nazione ottocentesco per sentirsi italiani?

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