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14/12/10

"Un'opera per liberare la coppia e la societa' dallo strategismo sentimentale che le tormenta"

Io non ho mai capito a cosa cazzo servano i booktrailer, cioe' i filmati che parlano di un libro e che dovrebbero spingerti a comprarlo. Anzi, i booktrailer m'infastidiscono proprio, perche' m'impongono nella testa delle immagini che invece la mia mente vuole materializzare da sola, mentre legge il libro, eventualmente.

Detto questo, m'inchino di fronte a questa roba qui. Cioe', davvero, non so cosa dire. Cosa si puo' dire di "un'opera per liberare la coppia e la societa' dallo strategismo sentimentale che le tormenta e ha enormemente rallentato il cammino della civilta'. E' bellissimo."

Io, boh.




05/08/10

Come diventare poeti contemporanei (o odierni)

Vi sieti mai incazzati di fronte alle poesie moderne? Quelle dove non c'e' metrica, non c'e' un cazzo, ma e' pura prosa con paragrafi troncati a minchia di cervo? Io si'. Spesso.

Quel genio di Federico Maria Sardelli, storica colonna del Vernacoliere e musicista classico di fama internazionale, ci scrisse addirittura un libro a presa di culo, di cui riporto un passo qui sotto. Il Sardelli e'la dimostrazione che topa vernacolare e sensibilita' poetica possono a volte congiungersi in un tutt'uno. Cliccando sul link "pubblicazioni satiriche" della sua pagina, vi potete fare un'idea della roba che scrive quando non suona. Mi ricordo ancora quando passavo giornate a ridere come un pazzo di fronte alle piu' belle cartolYne del mondo, e alle vignette del bibliotecario.

Il testo qui sotto e' preso dalla postfazione di Proesie, il libro di poesie a presa di culo che raccoglie le migliori poesie scritte per il Vernacoliere. Cliccando sul link trovate alcuni esempi.

E insomma, ecco le regole per diventare poeti contemporanei (o odierni). Ditemi se non sono vere!

Come diventare poeti contemporanei (o odierni)
Federico Maria Sardelli

  1. Poiche' la poesia classica con i suoi metri, ritmi, forme, retorica, e' stata fortunatamente distrutta da un centinaio d'annetti, il poeta moderno dovra' scrivere in semplice prosa con l'unica accortezza di andare spesso a capo.
  2. In assenza di qualsiasi norma metrica e ritmica, i versi si formano col sistema Randazzo (grazie al quale si va a capo a cazzo).
  3. Sarebbe opportuno che il poeta moderno fosse di sesso femminile, ossigenato e molto truccato, e che possibilmente si dilettasse di pittura floreal-informale (o decoupage), sussidii assai utili all'affinamento della sua sensibilita' petica.
  4. Il poeta moderno avra' cura d'osservare che nei suoi componimenti compaiano con una certa frequenza i seguenti lemmi: anima, blu, infinito, gabbiani
  5. Dovra' il poeta moderno, se di sesso maschile, indossare una giacca a quadri, avere il collo cinto da un foulard e non consentire mai che le forbici attentino ai capelli che crescono nella regione occipitale.
  6. Avendo ben chiaro il poeta moderno d'esser rimasto l'unica coscienza vigile di questo crudo mondo, egli assumera' negli incotnri pubblici, durante le letture, nelle interviste, l'aria piu' seria e sofferente possibile.
  7. Il poeta moderno, riflettendo che Virgilio, Tasso e Leopardi hanno gia' espresso in forme sublimi i grandi concetti universali che stanno alla base della vita umana, trarra' la sua ispirazione da soggetti piu' moderni come urgenza della pace nel mondo (o della guerra), frastuono di traffico automobilistico, conquista della luna, gara di motocross, fame nel mondo/Madre Teresa (ma anche Papa va bene), televisione, cibi geneticamente modificati (dove andremo a finire), gabbiani.
  8. Per ottenere il massimo dell'originalita' e tentare cosi' di distinguersi dagli altri caz poeti moderni, il poeta moderno dovra' fuggire qualsiasi metro, conoscenza delle forme, strutture sintattiche, grammaticali e logiche, potendo egli inventare liberamente neologismi (secondo il sistema Randazzo), deformare le parole secondo il suo estro creandone nuove o innestandone vecchie tra loro, introdurre cacofonie, trascrizioni dei suoni piu' vari come quello del missile, del citofono dopo la pioggia, dell'autobus, del rutto.
  9. Per non corrompere la purezza della propria Weltanshauung e per non inquinare le veritiere percezioni che gli son porte dalla sua profonda sensibilita', il poeta moderno dovra' lasciar fluire i propri pensieri sulla carta cosi' come vengono, conscio del fatto che solo in tal modo la sua poesia conservera' intatta la grandezza delle proprie intuizioni. Esempio: se il poeta moderno fosse rimasto turbato dai terribili fatti di sangue che avvengono nel mondo e volesse che da questo suo vibrante sentimento scaturissero versi immortali, bastera' che scriva sul foglio, di getto, le parole che ha udito al telegiornale ("guerra", "bambini", "sangue", "morti", etc) e le misceli - sempre secondo il sistema Randazzo - con i soliti termini poetici di repertorio (anima, infinito, occhi, scavare, gabbiani, etc). Ne verra' fuori un meraviglioso carme di forte attualita': "Guerra / che scavi / nel profondo dell'anima / negli occhi / di un bambino / come un gabbiano / nell'infinito / insanguinato". Per quanto possa sembrare prodigioso, il risultato artistico-espressivo non cambia se si mescolano le parole in altre combinazioni. Esempio: "Anima / insanguinata / d'un bambino / che scava / nella guerra / con gli occhi / d'un gabbiano", e cosi' via.
  10. Essendo qualsiasi struttura logico-sintattica del tutto molesta per gli alti scopi del poeta moderno, dovra' egli curarsi soltanto del puro suono delle parole, assemblando secondo il suo estro ora le sibilanti, ora le affricate, ora le flatulenti o le smandrappate. Anche raggruppare le parole sul foglio secondo determinate forme grafiche costituisce un formidabile ausilio espressivo: molto apprezzate sono le poesie a fiore, a ombrello aperto (se parlano di pioggia), a mitragliatore (se parlano di guerra), a rondine, a gnu, ad autoscuola, a gabbiano.
  11. Sebbene il poeta moderno rifiuti come leziosa ogni forma e struttura antica, pure egli non rinuncera' all'impiego intensivo d'arcaismi ed apocopi, trovando nettamente piu' poetico scrivere "stillano" anziche' "gocciolano" e "volar" anziche' "volare". Esempio: Odi nell'infinito / mille gabbiani volar / sui cilestrini lidi; oppure: D'ostro arcan / le tue guance eburnee / sembran gabbiani / che volan / nell'infinito, etc.
  12. Dovra' infine il poeta moderno lamentarsi dell'insensibilita' della nostra era materialista ed aridamente tecnologizzata in cui la fantasia e la poesia sono oppresse ed in cui il poeta e' costretto a doversi dimolto frugare per pubblicare le proprie caz opere a sue spese presso la Tipografia "Denaro & Arte" di Malaguti Bruno e Bargigli Renzino, lamentandosi, durante l'esazione dei 780 euri per il volume in brossura "I Gabbiani dell'anima", che l'arte e' ormai vilipesa e che l'opera sarebbe dovuta apparire nei Meridiani Mondadori se non fosse stato per quell'operazioncina d'ernia che l'ha bloccato due mesi e allora hanno preso Luzi ma anche lui cia' poco da ridere, tanto il Nobel glielo stirano.
Federico Maria Sardelli

17/11/09

Vorrei vivere a L'Ondra...

...fare body binking, magari trovarmi un amico barrista il cui motto sia normale, senza problemi. Da vedere fino in fondo.

19/09/08

Tope

Pare che in Messico le Tope siano i dossi rallentatori che sono messi sulla strada per uccidere i motociclisti. In Toscana sono un'altra cosa. 

10/06/08

N'ho dato un paio d'arrezzoni - Io parlo pisano, terza lezione

Eccoci alla terza puntata delle lezioni di pisano, l’unica lingua che vale la pena di essere parlata (per gli arretrati clicca qui). Ma non perdiamo tempo, e veniamo subito al conquibusse, come si dice dalle mie parti.

Fa' onco 'a bai – letteralmente “fare schifo ai bachi, ai vermi”, un’espressione molto bella che indica un leggero disgusto nei confronti di una cosa, ma assai più spesso nei confronti di una persona. Come in molte espressioni toscane, si usa un paradosso per rafforzare l’immagine che si vuole dare. In questo caso addirittura si dice che una cosa è talmente schifosa da fare schifo a qualcosa – il verme – che normalmente è già abbastanza schifoso di suo. “Boia deh, vesta pizza fa veramente ‘onco a’ bai”, dirà il gentiluomo pisano mangiando una pizza non proprio di suo gusto.

Arrezzone - questa è una di quelle parole prettamente sessuali che non esistono in nessun’altra lingua, credo. Ha due significati, molto diversi.
1 - L’arrezzone indica il reiterato strusciamento delle parti intime con i vestiti ancora indosso, tipico della giovine età. “No, deh, ‘un me la sono mia trombata, n’ho solo dato un paio d’arrezzoni”, risponderà il gentiluomo pisano, sempre lui, agli amici che fanno domande sull’ultimo incontro amoroso.
2 – Nella sua seconda accezione, l’arrezzone indica una particolarissima palpata, dalle modalità abbastanza complicate: il carnefice, dietro la propria vittima, infila la mano a uncino, con un dito all’infuori (normalmente il dito medio), tra le gambe della malcapitata di sesso femminile, per poi andare ad arpionare le parti intime della stessa, tirando la mano indietro, con il dito a uncino volto a penetrare dove potete immaginare. Provate solo a pensare allo stupore della povera vittima sentendosi NON palpeggiare, ma PENETRARE da una mano che tocca tutto il toccabile. Non c’è che dire, a Pisa siamo proprio dei signori.

Fare nocciòlo - ancora un’altra espressione che semplicemente non esiste in altre lingue. Fare nocciòlo significa rimanere incastrati durante il rapporto anale, una situazione nella quale il mettinculo non riesce ad uscire dal piglianculo. Situazione che si verifica con una certa frequenza, a dare credito ai giornali, che spesso raccontano di queste situazioni imbarazzanti dove i due incastrati vengono portati in ambulanza all’ospedale. “Boia deh, ma dov’eri eh, che siei sempre in ritardo, maremma budella?”, chiederà l’amico di sempre al gentleman pisano. E la sua risposta non potrà non essere che “Boia deh, stai zitto, guarda,’un mi di’ nulla, che ho fatto nocciòlo con tu ma’ e mi c’è voluto l’ospedale per sorti’”.

Trombare a spregio - Espressione spettacolare, che non trova riscontro altrove. Significa fare sesso con una ragazza, fino quasi a raggiungere l’orgasmo, per poi smettere all’improvviso per umiliarla, dicendole che non ne vale la pena, tanto valeva masturbarsi. Pare sia una pratica abbastanza diffusa per vendicarsi di torti o di corni subiti, la massima umiliazione per la donna...Pensateci: siete una donna, state facendo l’amore, e il tipo si alza, sbuffa e vi dice “guarda, meglio lascià perde, tanto vale fassi una sega”. Se vi succede sappiate che siete state trombate a spregio.

06/06/08

L'importanza delle parole: fallito vs loser

A me non sta simpatico Cecchi Gori. Lo trovo uno sbruffone, uno che ha solo avuto il culo di avere un padre bravo e ricco. Tutto qui. Pero’ il suo arresto per bancarotta mi ha fatto riflettere. Magari ha commesso dei torti, ha fatto dei magheggi per ingannare i creditori, non lo so.

Sta di fatto che in Italia, se hai un’impresa – piccola o grande – e fallisci, non solo sei morto economicamente, ma finisci in galera, I tuoi diritti di cittadino sono drammaticamente ridotti (limitazioni per le cariche pubbliche, e via dicendo).

Io credo che tutto questo sia un grave ostacolo alla competitivita’ e al dinamismo del paese. Se uno prova, investe, e fallisce, in Italia è finito: socialmente (porta la croce dello sfigato, mezzo delinquente, dell’appestato) e giuridicamente (rischia la galera). Mi dite per quali motivo una persona sana di mente, che non sia uno squalo disonesto che non ha nulla da perdere, dopo essere fallito una volta dovrebbe ritentare a creare valore, creando un’impresa, e rischiando un’altra volta galera e tutto?

Negli Stati Uniti, uno crea un’impresa (ci mette due ore a farlo, come in Inghilterra), investe, e via. Non funziona? Fallisce? Nessun problema, si va dal giudice, si paga se si puo’, se non si puo’ si contrattano dei pagamenti futuri, e si ricomincia. Nessuno tratta da perdente il piccolo imprenditore che ha provato a creare un’impresa ed ha fallito. Di sicuro nessuno lo tratta da delinquente. Il vero delinquente in America è colui che non prova a fare nulla, non quello che prova e fallisce. E state sicuri che l’imprenditore in questione ci proverà di nuovo. Anche perché il sistema del credito è molto piu’ elastico (con conseguenze anche negative, certamente, vedi la crisi dei mutui).

Credo che da noi tutto questo non sia possible. La nostra mentalità non ce lo permette. E ne troviamo riscontro anche nella nostra lingua: da noi si dice “sei un fallito” alla persona che è una nullità. Fallito, come quelli che dichiarano fallimento, appunto. In America sei un Loser, un perdente. Non uno bankrupt.

Come diceva Moretti, le parole sono importanti.

01/05/08

Il corteggiamento del milledugento è uguale a quello di adesso...ce lo prova Ciullo d'Alcamo

PREMESSA: Nei commenti a questo post, avevo usato l'espressione "vai a scopare il mare", che aveva generato un piccolo dibattito sulle sue origini. La commentatrice wiki ci aveva detto che l'espressione trovava un antenato nella storia di Ciullo d'Alcamo...e mi ha inviato un bellissimo scritto nel quale ripercorre la storia di Ciullo e spiega come i fondamentali del corteggiamento non siano molto cambiati dal milledugento...e ci traduce espressioni poetiche in modo diverso da quelle che abbiamo imparato a scuola...Per cui ve lo posto qui sotto. Buona lettura. Ne vale la pena.

Per wiki solo una parola FANTASTICO. Se a scuola le cose le insegnassero cosi'...

Il Contrasto di Ciullo D'Alcamo,
commentato e spiegato da WIKI

Allora, stiamo parlando di uno dei primi testi della poesia comica italiana, prima ancora di Cecco Angiolieri e del suo S'i' fossi foco.., di un vero – e spassossissimo - capolavoro della poesia comico-erotica. Spesso tralasciato o peggio edulcorato nella consueta prassi scolastica.

Siamo in Sicilia, metà del Milledugento. Un ragazzo e una ragazza che “battibeccano” - ed ecco la forma del “contrasto”: una strofa lui, una lei. Ciullo non s'è l'è inventata dal niente: la usavano già i poeti provenzali, cento anni prima. Lei è probabilmente una sguattera che sta alla finestra della casa padronale, lui un gabelliere che finge di essere un ricco nobile per fare colpo su di lei.

Ah, “ciullo” in Sicilia, ancora oggi, è l'organo sessuale maschile – ma nei vostri libri di letteratura troverete sicuramente un ben più poetico “Cielo D'Alcamo”...

Comunque, dato che nomen est omen, il giovane apostrofa così la ragazza:
Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state
le donne ti disiano, pulzell' e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.

Cioé: Rosa splendida e profumata che fiorisci d'estate, anche le donne ti desiderano, vergini e sposate; toglimi da questo fuoco, se ne hai volontà. Non ho pace né la notte né il giorno, pensando a voi, mia signora.

Quindi lui all'inizio tira fuori la solita frase fatta “sei un fiore”, ma si capisce subito che non ha in mente una relazione molto platonica: lei è così bella da suscitare addirittura desideri saffici – anche se il vostro prof sosteneva che le altre donne la invidiassero e basta per la sua bellezza, quel puritano! – e lui ha fatto proprio venire i bollenti spiriti (este focora)! Naturalmente, tutti sappiamo come si spengano i bollenti spiriti...A me personalmente ricorda abbastanza la scena dell'incontro tra Romeo e Giulietta: “Ho sete...” “Quale acqua può dissetarti?” “È un'acqua che è un fuoco, e che sta sulle tue labbra...”

Ma lei fa la ritrosa, anzi, lo manda proprio a quel paese:
- Se di meve trabàgliti follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:
avere me non pòteri a esto monno;
avanti li cavelli m’aritonno.

Se stai male per me, sei un pazzo. Potresti arare il mare, seminare il vento, accumulare tutto l'oro del mondo, ma piuttosto che essere tua mi faccio monaca! E il verbo “aritonnare” richiama proprio la tonsura claustrale...Ma lui non si scompone più di tanto, le dice che se lei si facesse suora, lui morirebbe di dolore, così le propone direttamente poniamo che s’ajumga il nostro amore. Cioè, come direbbe Elio e le storie tese, “Uniamo i nostri corpi nell'estasi suprema dell'idillio d'amore”.

Lei fa sempre la ritrosa e trova la più classica delle scuse:
se ti ci trova pàremo cogli altri miei parenti,
guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti.
Como ti seppe bona le venuta,
consiglio che ti guardi a la partuta.
“se mio padre ti trova con me, ti fa un mazzo così, e i miei fratelli pure”

Ma lui se la ride sotto i baffi: sa benissimo che nelle Costituzioni Melfitane di Federico II c'è una legge che permette ad un nobile (lui sta fingendo di essere nobile, ma lei non lo sa – ma quante balle raccontano gli uomini alle donne?) di cavarsela con una multarella da pochi agustari se stupra una ragazza del popolo. Ah, i vantaggi dell'Ancien Régime...!

Lei dice di non poterne più della sua insistenza e che se anche fosse ricco come un sultano non la potrebbe nemmeno sfiorare con la punta di un dito. Ma lui sa perfettamente che il suo punto di forza non sono i soldi, bensì la suavitas delle sue parole, la loro forza ammaliatrice...
- Molte son le femine c’hanno dura la testa,
e l’omo con parabole l’adimìna e amonesta:
tanto intorno procàzzala fin che ll’ ha in sua podesta.
Femina d’omo non si può tenere:
guàrdati, bella, pur de ripentere.
...talmente ammaliatrice che prima o poi lei cadrà in suo potere, inverando una versione molto più carnale del dantesco “amor ch'a nullo amato..”: una donna non può fare a meno di un uomo! E che lei stia ben attenta a non pentirsi di un suo rifiuto!

Ella risponde che piuttosto che pentirsi si farebbe uccidere e che le sue parole da cantautorucolo fallito l'hanno stancata.
- K’eo ne [pur ri]pentésseme? Davanti foss’io aucisa
[...]
Acquìstati riposa , canzoneri:
le tue parole a me non piac[c]ion gueri.

Ma lui sfodera un colpo basso – perché tutte le donne vogliono essere quella “di più delle altre” - mettendoci dentro anche il destino cinico e baro. E non serve parafrasi.
Femina d’esto secolo tanto non amai ancore
quant’amo teve, rosa invidïata:
ben credo che mi fosti distinata.

E lei di nuovo: “se son destinata a te, allora mi faccio davvero suora”; ma lui dice che anche lui andrà al monastero, che si farà frate pure lui – e cento anni dopo Boccaccio ne racconterà delle belle, a questo proposito - perchè
besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino.
“ho bisogno che tu sia mia, che tu sia in mio dominio”. Uau. Il fuoco della passione. E probabilmente lui ha anche un'idea connotata in modo fortemente sessuale, del dominio...
Lei adesso comincia a fare un passo indietro : “oimé misera, oimé tapina, destino crudele...” e finge di cercare una scappatoia, tipo “non son degna di te”:
Cerca la terra ch’este gran[n]e assai,
chiù bella donna di me troverai.

Ma lui è convintissimo:
- Cercat’ajo Calabr[ï]a, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilonïa [e] tut[t]a Barberia:
donna non [ci] trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve te prese.
Insomma, in tutto l'orbe terracqueo non c'è un'altra come lei! È ovvio che la ragazza a questo punto sia tutta in brodo di giuggiole, ma fa la figlia di Maria, quella che “non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio”: “Se soffri proprio così tanto...sposami, e poi farò quello che vuoi”.
Ma lui se la ride sotto i baffi: sa bene che lei sta cedendo, sa di averle dato il colpo di grazia:
e dato t’ajo la bolta sot[t]ana.
Dunque, se pot[t]i, tèniti villana.
...ma le brave ragazze non gli piacciono. Sa bene che con quelle un po' ruspanti (villane) ci si diverte molto di più...

Ma lei ha inteso male la questione del “colpo” e si spaventa:
- En paura non met[t]ermi di nullo manganiello:
o forse non si è spaventata per nulla, anzi! ...dato l'evidente doppio senso di “manganello”!

E il nostro giovane a questo punto fa finta di fare il poeta, ma il doppio senso sessuale avanza implacabile:
di quaci non mi mòs[s]era se non ai’ de lo tuo frutto
lo quale stäo ne lo tuo jardino:
disïolo la sera e lo matino.
...perché è ovvio che lui non si alzi al mattino e vada a letto la sera con la voglia di una bella macedonia...

Ma la fanciulla, con la più classica delle civetterie femminili, fa quella che “ce l'ha d'oro”:
- Di quel frutto non àb[b]ero conti né cabalieri;
molti lo disïa[ro]no marchesi e justizieri,
avere no’nde pòttero:
E lui, giustamente, le fa notare che “non ce l'hai solo te” e che non si può disprezzare ciò che prima non si è provato, anzi, assaggiato...
- Molti so’ li garofani, ma non che salma ‘ndài:
bella, non dispregiàremi s’avanti non m’assai.

Lei deve essere proprio a corto di argomenti, se per l'ennesima volta tira fuori la storia “nemmeno per tutto l'oro del mondo – ma se soffri tanto, perché non muori e non mi lasci in pace?”. Ma lui risponde che morire sarebbe una consolazione, dal momento che per lei farnetica notte e giorno perché
Sanz’on[n]i colpo lèvimi la vita.

E lei – che è lì lì per cedere – “vattene, vattene, disgraziato, che se arrivano i miei...”
Ma lui rincara la dose: è un anno, ormai, che lui non fa che pensare a lei, da quando...
Or fa un anno, vìtama, che ’ntrata mi se’ [’n] mente.
Di canno ti vististi lo maiuto,
bella, da quello jorno so’ feruto.
...da quando l'ha vista in grembiule (maiuto)! No. Fermi tutti. Qui qualcosa non torna. Come, “da quando ti ho vista in grembiule”? Che senso ha? Ha senso, ha senso... perché il “maiuto” era il rozzo grembiule inamidato che impediva alle lavandaie di bagnarsi quando andavano a lavare i panni al fiume o al lavatoio. Ora, si sa benissimo in quale posizione si mettano le lavandaie... ah, ecco di cosa si è innamorato il romanticone! Ecco cosa turba i suoi sonni!

Lei ormai si sdilinquisce tutta “Ah, Giuda traditore, ti sei innamorato di me...neanche fossi stata vestita con le stoffe più preziose...”
- Di tanno ’namoràstiti, [tu] Iuda lo traìto,
como se fosse propore, iascarlato o sciamito?
...però – c'è un però...ultimi baluardi di resistenza – se non mi sposi, mi getto in mare!

Ormai il ragazzaccio è scatenato: “sì, dai, gettati in mare, io ti cerco in lungo e in largo, poi ti trovo mezza morta sulla spiaggia e...
trobàrati a la rena
solo per questa cosa adimpretare:
conteco m’ajo a[g]giungere a pec[c]are.
Zacchete! Grandissimo. Quando si dice “basta che sia ancora calda”.

Lei si fa il segno della croce “Oh Gesùmmaria...” però gli fa notare una cosetta – e facendogliela notare, ci fa capire che ormai il gioco e fatto:
Morta si [è] la femina a lo ‘ntutto,
pèrdeci lo saboro e lo disdotto.
“Ma insomma, se io sono proprio morta morta... che gusto ci provi?”. Soprattutto – che gusto ci prova lei...“Lo so, cara mia, ma cosa ci posso fare? Tu non mi ami...”
Ancora tu no m’ami, molto t’amo,
sì m’hai preso come lo pesce a l’amo.

Lui, come direbbe Elio, la sta “mettendo sull'affetto” ed è ovvio che lei risponda “chiaviamo”! Però prima deve precisare che lo fa per amore “Massì, massì che tii amo...”
- Sazzo che m’ami, [e] àmoti di core paladino.
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso t’[ad]imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia.
“...però torna domattina, e ti prometto che sarò tua”. O meglio: in tua balìa. Insomma: fai di me ciò che vuoi!

Figuriamoci se lui può aspettare fino al mattino dopo! Piuttosto che muoversi si farebbe scannare col suo coltello nuovo:
- Per zo che dici càrama, neiente non mi movo.
Intanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
E la supplica di esudire il suo desiderio, ormai esplicitamente erotico
Arcompli mi’ talento, [a]mica bella,
ché l’arma co lo core mi si ‘nfella.
...anche se non dimentica mai di infilarci l'accoppiata “anema e core”.

Le fa la crocerossina: lo sa che la sua arsura non può essere guarita in altro modo e sarebbe anche disposta a sacrificarsi... però però...senza un bel giuramento sul Vangelo non se ne fa niente, che piuttosto le tagli la testa!
- Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico “Jura”,
avere me non puoi in tua podesta;
inanti pren[n]i e tagliami la testa.

Ma figuriamoci se questo straordinario corteggiatore non ha lì per caso una copia del Vangelo su cui giurarle immantinente eterna fedeltà! Mica ci si può far trovare sprovvisti del necessario proprio sul più bello...
- Le Vangel[ï]e, càrama? Ch’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate

E lei a questo punto è spettacolosa:
- Meo sire, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissa cosa n’è data in ventura.
“Ascolta, giura dopo... sono tutta un bollore. Son qui. Non faccio più la ritrosa. E scusa se ti ho disprezzato. Mi arrendo. Andiamo subito a letto. Oh, queste cose capitano..”

Morale: ci sono voluti 160 versi, 32 strofe di amoroso alterco... ma l'amore trionfa sempre!
Perché le parole smuovono anche i massi. Perché saper parlare al cuore e ai sensi di una donna è importante, ora come allora. Perché nonostante il femminismo, il capovolgimento dei ruoli, l'imperante mascolinizzazione, questo è quello che le donne vogliono da un uomo: essere corteggiate. E sanno ben ripagare.

05/04/08

Ottocentoquarantamila Euri all'anno

Il simpatico manager di Telecom che per motivare gli impiegati li invita a fare come NapoleTone a Waterloo, guadagna 844.000 Euri all'anno. Ottocentoaquarantaquattromila Euri all'anno. 70.000 (settantamila) Euri al mese.

Avessi studiato meno, non avessi imparato i congiuntivi, parlassi a cazzo di cane ai miei colleghi, chissà, anch'io forse potrei essere un impiegato milionario (in Euri) di Telecom.

04/04/08

I manager italiani

Spesso mi chiedono: ma perche' non vai a lavorare per un'azienda italiana, con la tua esperienza e tutto...

Ecco perche': perche' se questo qui e' davvero un top manager Telecom, c'e' da aver paura: sbaglia i congiuntivi, invita Telecom a fare esattamente come Napoleone a Waterloo (perche' secondo lui Napoleone a Waterloo ha vinto), e usa toni e parole che invece che motivare il personale servono solo a far venire il latte alle ginocchia.

Su Pizzeria Italia anche il curriculum di questo signore, nel cao in cui qualcuno volesse offrirgli un lavoro.

18/10/07

Abbestia, a cazzo di cane e come il maiale: il linguaggio si evolve

Scorrazzando su Cerazade, un blog bellissimo di un giornalista bravissimo, che e' tra le mie letture obbligate, ho trovato il link a questo sito, Slangy people. E' una raccolta di parole o accezioni che non ce la fanno ad arrivare al Dizionario, ma che sono utilizzate largamente nella lingua parlata.

Cliccate sulle varie lettere, e si aprono le varie parole/locuzioni disponibili. Tipo:

Abbestia: "Serve per definire uno stato di felicità massima. In alternativa esprime un quantitativo elevato: di alcool, di dolore, ecc ecc ecc. Es: Hey, come va la caviglia, fa male? Abbestia! Com'è andato l'esame di chimica? Abbestia!"

Cazzo di cane: "Fare le cs alla cazzo di cane, a vanvera a caso alla brutto dio!! Es: Minkia k spreco,lai fatto proprio alla cazzo di cane!!!!!!"

Io ho aggiunto la voce "come il maiale", che si usa dalle mie parti toscane.

Comunque alcune cose fanno troppo ridere.

27/09/07

Le tasse degli italiani servono a pagare corsi di arabo per i poliziotti

Ieri il ministro degli interni italiano ha annunciato un'iniziativa in nove città del Sud Italia per insegnare l'arabo e la cultura araba a poliziotti, carabinieri e guardia di finanza, di modo che possano "interagire positivamente con gli immigrati nelle varie situazioni che si trovano a fronteggiare nelle loro attività di ogni giorno". Le città interessate sono Bari, Catania, Potenza, Reggio Calabria, Napoli, Palermo, Caserta, Cagliari e Sassari. La notizia la trovate qui.

Ottimo. Ma perché invece di insegnare l'arabo ai nostri funzionari, non insegnamo l'italiano e la cultura italiana agli immigrati che vengono da noi? Fatemi capire: loro possono venire qui senza parlare una parola d'italiano (o di francese e olandese, per il Belgio) senza conoscere un secondo della nostra storia, e noi muti e zitti, in nome del "multiculturalismo". Pero' poi spendiamo i soldi delle tasse degli italiani per insegnare ai poliziotti la lingua e cultura araba (nel caso del Belgio è diverso: molti poliziotti l'arabo non devono impararlo, visto che lo parlano dalla nascita).

In un mondo perfetto, dove i poliziotti parlano inglese e francese per aiutare gli stranieri in visita (ma magari anche solo un italiano comprensibile in alcune parti d'Italia), insegnare anche l'arabo sarebbe una bella cosa. Ma in questo momento mi pare una bella presa di culo. Un calare le braghe.

Mala tempora currunt.

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